Per rifare l’Italia nel mondo facciamo studiare l’italiano

«Buongiorno», ha esordito in italiano il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, durante la conferenza-stampa a conclusione della sua visita a Roma. E lì si è fermato. Eppure, quel gesto non è stato soltanto un minuscolo segnale di cortesia. Come aveva poco prima ricordato Romano Prodi, «ho ringraziato il presidente Bush di alcuni atti simbolici di avvicinamento fra i due Paesi. Infatti la lingua italiana è diventata una delle lingue che possono essere liberamente scelte dagli studenti americani in tutte le scuole secondarie. E questo è un ulteriore passo per mettere insieme due Paesi anche quando il flusso dell’emigrazione è da lungo tempo esaurito».
Il presidente del Consiglio non ha aggiunto che la riscoperta dell’italiano in America risale agli ultimi dieci anni, almeno. Anni che hanno visto quasi il raddoppio delle iscrizioni ai corsi di lingua e cultura italiane. Ormai più di sessantamila studenti americani si cimentano oltre il «buongiorno» a cui è rimasto inchiodato Bush. E decine di Università americane hanno una loro sede in Italia. E cattedre d’italiano sono state aperte perfino in Alaska. A conti fatti, l’italiano è una delle quattro lingue straniere più studiate negli Usa. Ma soprattutto è la lingua che registra, insieme con lo spagnolo sull’onda della prorompente immigrazione latino-americana, il più forte aumento in proporzione rispetto agli inizi dello sviluppo. Anche perché per decenni, e nonostante la presenza di venticinque milioni di cittadini americani con origini italiane - e quindici di essi che ai censimenti si sono espressamente dichiarati «americani italiani» -, le istituzioni del nostro distratto Paese si sono disinteressate della cosa.
Dunque, la «politica della lingua» è ora strategica per il nostro Paese, e non è confortata soltanto dalla nuova primavera che la lingua di Dante sta vivendo negli Usa. Tra i blog l’italiano risulta il quarto idioma al mondo, secondo l’ultimo rapporto del motore americano di ricerca Technorati. Quarto nei diari in rete dopo, nell’ordine, il giapponese, l’inglese e il cinese. Cioè prima del pur diffusissimo spagnolo trainato dall’America latina. Prima del pur sostenutissimo francese dalle ben più consapevoli istituzioni di Parigi e prima del pur coccolatissimo portoghese grazie a uno Stato, il Portogallo appunto, conscio del valore nazionale e internazionale nell’organizzare una Comunità con tutti i Paesi portoghese parlanti.
Per recuperare il tempo perduto, l’Italia ha molte frecce, oggi, nell’arco. Ma la principale sta nella domanda di imparare o perfezionare lo studio della lingua italiana, domanda che non riesce a essere soddisfatta, tanto essa è cresciuta e sparpagliata in giro per il globo. Ecco perché occorre una decisione politica vigorosa, arrivando a prospettare anche una percentuale non ridicola del bilancio dello Stato da destinare alla valorizzazione dell’italiano nel mondo. Un investimento serio e costante nel tempo, una scelta «strutturale». La lingua italiana è il miglior biglietto da visita dell’Italia anche per i milioni e milioni di stranieri che amano o visitano la Penisola, e che vorrebbero non limitarsi a un simpatico «buongiorno», quando arrivano, per comunicare con noi.
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