Riflessioni sugli intelligenti d’Italia

In «Venerati Maestri» l’autore toglie il velo sull’ipocrisia che rende molti personaggi pubblici degli intoccabili. Con alcuni però...

Questa operetta immorale sugli intelligenti d’Italia bisogna iniziare a leggerla dalla fine, da pagina 189, dove l’Autore avverte che ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti è puramente casuale. Quindi ragazzi, si scherzava. I personaggi che l’Autore descrive nel libro sono solo la «trasposizione simbolica delle loro figure reali». Sono insomma, personaggi di fantasia, che parlano e si muovono in un mondo parallelo. Peccato. Peccato davvero, perché vivere anche solo per lo spazio del libello nel mondo parallelo ci piaceva da matti. Era un mondo dove il baraccone culturale italiano, come la famigerata corazzata, appare per quello che realmente è: una boiata pazzesca.
Le figurine del mondo parallelo create da Edmondo Berselli in Venerati Maestri (Mondadori, pagg. 207, euro 16) erano bellissime. Editorialista e penna puntuta di Repubblica e L’Espresso, Berselli ha un bel tavolo nell’ufficio del Mulino a Bologna e ce lo immaginiamo mentre si diverte a metterle in fila, le figurine, e a giocarci, come si faceva con quelle della Panini. I personaggi sono ritratti tra il serio e il faceto (dove il faceto è molto serio), in un gioco che permette all’Autore non solo di gridare che il Re è Nudo, ma finalmente anche di «sputazzarlo in faccia» al Re.
In questo mondo parallelo, un po’ romanzo, un po’ saggio e un po’ pamphlet, Berselli (ma forse anche l’Autore è una trasposizione simbolica) si permette di stracciare il velo dell’ipocrisia e i personaggi irreali si vedono finalmente per quello che sono. Così «Robberto» Benigni diventa un guitto, autore di boiate pazzesche inspiegabilmente osannate dalla critica, dove a una proiezione di Pinocchio o di La tigre e la neve le platee non insorgono e «preferiscono tenere dentro di sé il disgusto per paura di avere frainteso il capolavoro». Così Nanni Moretti da coscienza critica e cartina di tornasole della sinistra che conta, diventa l’autore di un film, Il caimano, non orrendo e però sbagliato. E Celentano un reazionario bollito. E Giovanni Sartori nei panni del professor Sartorius tuona o bofonchia contro tutti. Così Paolo Mieli si veste da Paolino, una sorta di Pierino che al telefono con il Professor Claudio Magris (la «s» finale maledetta, che sia quello il segreto del suo successo editoriale, si chiede invidioso Umberto Eco?) per tagliare corto finge di aver in linea Bazoli e chiama invece Galli della Loggia in cerca di un’idea.
Morta l’ideologia basterebbe un’ideuzza per aprire un dibbattito, un caso, un retroscena, un pettegolezzo, una dietrologia sul trash dominante. Perché Paolino che ha messo la minigonna a quella vecchia signora del Corriere della Sera, il trash non l’ha creato, però l’ha sbattuto in prima pagina tutti i santi giorni. E così si possono finalmente «sputazzare» le copertine bianche dell’Einaudi, gli innamoramenti di Alberoni, mostri sacri come Francesco De Gregori e Fabrizio De André. Massimo Cacciari e Bernardo Bertolucci, Dario Fo e gli esoterismi di Franco Battiato come le mezze confessioni e i fraintendimenti di Susanna Tamaro, Alberto Asor Rosé, il Siddharta e le costole pastello dell’Adelphi di Roberto Calasso, editore così inattuale, mitteleuropeo e gnostico che più «oltre» non si può. E si può finalmente dire, insomma chi l’ha lette le puntate sui Barbari di Baricco?
Il passato e il presente, tutti nelle stesse figurine. La sbornia per il liberalismo (quando tutti non potevano non dirsi liberali) e poi quella per il pensiero debole. Il mito del Mondo di Pannunzio, che sapete quanto vendeva? Nemmeno tredicimila copie. E quella «pattuglia di gente tecnicamente squinternata» che sono i collaboratori del Foglio per non parlare del capoclan Giuliano Ferrara, uno che in politica non ne ha azzeccata una ma che come un Re Mida fa diventare oro ciò che tocca: una firma (vedasi il caso Soncini o il caso Buttafuoco) o un romanzo (dalla Versione di Barney alla passionaccia per l’inossidabile Cormac McCarthy). Insomma, nel mondo parallelo di Berselli ci si può far beffe anche del sacro Orco Ferrara, «capacissimo di sostenere argomenti volutamente abnormi per puro puntiglio, per un suo fenomenale capriccio», di ammorbare i convitati con paginate di bioetica, valori dell’Occidente, encicliche papali, atei devoti e teocon arrabbiati. E dire finalmente che gli embrioni ci hanno rotto i c...
Nel mondo parallelo di Berselli si possono dire quelle verità che normalmente gli intelligenti si concedono solo con una strizzatina d’occhio e una pacca sulla spalla su una terrazza romana o in una cena in piedi tra gente che piace, però irripetibili quando l’intelligente di turno prende carta e penna e deve mettere nero su bianco il suo giudizio. Lì scatta la tagliola, nessuno al di là del velo ha il coraggio di andare oltre. Perché mai? A questa bella domanda però Edmondo Berselli non risponde. Anzi risponde, ma in modo furbesco, che forse esiste uno scollamento tra quello che l’intellighentia pensa e quello che invece piace al popolo, dove però non può sfuggire ai critici «il corollario che anche gran parte del pubblico accorrerà nelle librerie o nelle sale cinematografiche essendo attratto dall’alone di capolavoro che i critici stessi avranno evocato intorno alla stronzata: e quindi si tratta di un circolo vizioso in cui tutti fingono di credere».
Il punto è proprio questo: il mondo cultural mondano italiano è una gigantesca bolla, e tu intelligente di turno (scrittore, regista, autore, guitto televisivo) o sei dentro o sei fuori. Se ci sei dentro, ogni caccola tu produca, viene incensata come un capolavoro e tu vieni osannato come un genio. Tutti si guardano bene dall’attaccarti, da dire che hai prodotto una grandissima caccola. Se invece ne sei fuori, non importa cosa tu faccia. Perché semplicemente non esisti.
E non si tratta della vecchia storia dell’egemonia, della cultura alta e della bassa, della destra (che ça va sans dire, la cultura non ce l’ha) e della sinistra che forse ce l’aveva ma si è persa dentro al riflusso e poi dietro al liberalismo e poi sotto i valori dell’Occidente e la ricerca dell’identità.
Questo pollaio che è l’intellighentia italica cova sempre uova già assodate e decotte. Nelle fatali categorie del sublime Alberto Arbasino, le «giovani promesse» diventano immancabilmente e sempre dei «soliti stronzi» ma di «venerati maestri» all’orizzonte non se ne vedono. Perché anche il vecchio Norberto Bobbio con quel suo naso adunco in verità era solo la «foglia di fico democratica sulla spinta rivoluzionaria».
Così tutti fanno parte del gioco, e le figurine migliori (o le peggiori?) finiscono su Dagospia, la creatura dove il mefistofelico Roberto D’Agostino si diverte a fare il «celo, manca». La realtà non è più come ce la immaginiamo e non è più neppure quella del mondo parallelo di Berselli. La realtà è dentro Dagospia. «Perché D’Agostino prima pubblicava pettegolezzi mentre adesso ha modellato un mondo. Un mondo finto, un mondo vero, un mondo comunque iper-reale, dove tutti agiscono e parlano come personaggi di quella galassia. Voi credete di esistere e invece esiste soltanto la vostra immagine riflessa nel pianeta artificiale di D’Agostino».
L’immensa bolla, o dentro o fuori. O ci sei o non ci sei. Ma qui sarebbe necessario fare del rovescismo con il vecchio Mac Luhan: se l’albero cade nella foresta ma nelle vicinanze non c’è una telecamera a riprenderlo, quell’albero non è mai caduto, si diceva. La realtà, e non il mondo parallelo di Berselli, è che le uniche cose che accadono, lo fanno quando la telecamera è spenta. Ma gli intelligenti non se ne accorgono. Perché se non sei nella bolla, non esisti.