La riforma Castelli e la cultura politica dei magistrati

Vedo che la cosiddetta riforma della Giustizia prevede fra l'altro il divieto per i giudici di aderire ai partiti. Fosse dipeso da me, al di là di ogni ipocrisia, li obbligherei ad iscriversi. Se del caso, infatti, preferirei sapere con chi ho davvero a che fare e non trovarmi di fronte ad un signore che può decidere del mio destino e la cui appartenenza politica, che in moltissime occasioni si palesa come decisiva per il giudizio, mi è ignota! Che ne dici?

Ma cosa cambierebbe, caro Mauro? Uno può benissimo non essere iscritto ad un partito pur abbracciandone l'ideologia e saperne in anticipo il colore non è che per l'imputato cambi molto (sì, magari prima di presentarsi in aula può accendere qualche cero al santo protettore, ma niente più di questo). La norma della riforma Castelli serve dunque a salvare la faccia della Giustizia - e Dio sa se ce n'è bisogno - ma non impedirà certo al magistrato con simpatie per Bertinotti di bertinottereggiare in aula o al momento di scrivere la sentenza. Ricordi un film dei primissimi anni Settanta, «In nome del popolo italiano» diretto da Dino Risi? Ugo Tognazzi impersonava un magistrato con simpatie per il Pci, però tutto rigore, integerrimo e preoccupato solo a far trionfare la giustizia. Vittorio Gassman era invece un brillante industriale di destra e quindi automaticamente un fascistoide poco di buono. Avendo una serie di circostanze finito per farne il sospettato numero uno della morte di una giovane drogata, deve vedersela proprio con Tognazzi. Al quale quell'industriale estroverso, sicuro di sé, ricco e pieno di donne, piace poco. Anzi, niente. Ma il magistrato non è certo il tipo da farsi condizionare dalle apparenze o anche dal tenore di vita. La giustizia - che deve trionfare, appunto - non tiene conto che dei fatti, degli indizi, delle prove. Le prove: giusto prima di firmare il rinvio a giudizio per omicidio, ecco che ne spunta una di quelle che tagliano la testa al toro. Un diario che indicando il nome dell'assassino ovviamente scagiona l'industriale. L'integerrimo magistrato ci rimane male. Già pregustava il meschino godimento di vedere lo sbruffone fascista varcare il portone del carcere. Ma la legge è la legge, quella bisogna applicare senza lasciarsi condizionare dai sentimenti. A parole, perché dopo averci pensato su il magistrato cosa fa? Distrugge il diario e incrimina l'industriale nemico del popolo e del proletariato in particolare.
Un film, certo, è un film e ben altra la realtà: mai potremmo immaginare che per pulsione ideologica un magistrato distrugga una prova. Tuttavia stentiamo, o almeno stenti tu, caro Mauro, e io con te, a credere che quando veste la toga un piemme o un giudice si spogli nel contempo delle proprie idee, delle proprie convinzioni politiche. Guarda, arrivo a dire: della propria cultura e del proprio «vissuto», che fa più chic. E allora occorrerebbe qualcosa, un collegio di onest'uomini, chiamato su richiesta a giudicare se una sentenza (o forse anche una istruttoria) sia o meno inquinata da una volontà «politica». Ma come tu ben sai, ciò è impossibile perché la procedura verrebbe subito intesa come attentato alla indipendenza della magistratura. Che deve essere libera anche di vincolare il proprio operato a una ideologia «in nome», sia ben chiaro, «del popolo italiano». Se dunque è ipocrita la norma che vieta l'iscrizione dei magistrati ad un partito, figuriamoci quanto lo è quella scritta che troneggia nei tribunali (in nome del popolo italiano può parlare e sentenziare, caso mai, solo chi il popolo italiano ha eletto con libero voto).
Paolo Granzotto