«La riforma va migliorata»

Con l’attuale impianto della riforma del lavoro, l’apprendistato rischia di restare una «potenzialità inespressa». Cetti Galante, general manager di Intoo (società di outplacement di Gi Group), ritiene che ci siano ulteriori passi da compiere per modernizzare il mercato italiano dell’impiego. In primo luogo, fare dell’apprendistato la forma-principe per l’ingresso dei giovani nella vita lavorativa. Ma soprattutto occorre ribaltare il sistema delle indennità e spingere per il sostegno alla ricollocazione, cioè puntare sull’outplacement, un sistema in grado di accorciare la permanenza al di fuori dai ranghi di chi perde il proprio posto e di far conseguire un «buon risparmio per le casse dello Stato».
Dottoressa Galante, la riforma del lavoro ha finora penalizzato le Agenzie per il lavoro, intese come canale per l’apprendistato formativo.
«La riforma del lavoro era stata intesa come uno strumento per creare maggiore flessibilità in entrata e l’apprendistato doveva rappresentare l’ingresso principale dei giovani al lavoro. Poi, però, non si è dato seguito alle intenzioni».
Che cosa è mancato?
«È rimasto tutto un po’ in sospeso. Molti aspetti non sono stati regolamentati: non si comprende quale sia il tipo di formazione che si intende svolgere, quanto debba essere lunga, chi la debba fare e con quali mezzi. In ultima istanza, è tutto demandato alle Regioni. La potenzialità di questa forma di flessibilità rischia perciò di restare inespressa».
Come migliorerebbe la riforma?
«Si poteva e si doveva incoraggiare un uso più ampio dello staff leasing, che è il contratto specifico per l’apprendistato in somministrazione. La nuova regolamentazione del contratto a tempo determinato, infine, con maggiori costi e con un intervallo rigido tra un lavoro e l’altro è troppo stringente».
Un approccio sbagliato, perciò?
«Se si vuole riformare la normativa sul lavoro, ci vuole flessibilità. Invece sono stati messi una serie di paletti che finiscono col creare rigidità. Anche dall’apprendistato sono rimasti fuori molti campi di applicabilità, perché non ha avuto tutte le attenzioni che meritava».
La trattativa è stata condotta male?
«Non siamo stati parte del negoziato perché si è preferito seguire lo schema tradizionale governo-imprese-sindacato. Non si è avuto il coraggio di coinvolgere una parte importante del mondo del lavoro che crea impiego in forma flessibile. Tutti gli accordi ne sarebbero usciti potenziati».
La riforma, pertanto, lascia scoperto tanto la flessibilità in entrata quanto quella in uscita.
«Le politiche attive per il lavoro sono le grandi assenti perché si è puntato tutto sulle indennità. Molti Paesi europei dedicano al capitolo lavoro il 3% del pil, di cui la metà è impiegato per le politiche attive che incentivano i lavoratori a trovare un nuovo impiego. In Danimarca o in Germania la politica attiva è una prassi: ci sono molti supporti per favorire il reinserimento di chi ha perso il proprio posto. In Francia le aziende sopra i mille dipendenti devono obbligatoriamente interessarsi del ricollocamento degli esuberi. In Italia, invece, c’è una carenza storica in questo campo perché per il lavoro si spende solo l’1,8% del pil e l’1,5% è rappresentato dalle indennità».
Si guarda poco al futuro, quindi?
«Con la nuova “Aspi“ (Assicurazione sociale per l’impiego; ndr) si tolgono vantaggi contribuivi a chi è in mobilità (circa il 10% dello sgravio) e soprattutto si accorcia la durata del sussidio. Questa impostazione dovrebbe mettere in primo piano le politiche attive; l’outplacement avrebbe dovuto essere obbligatorio almeno su alcune tipologia di licenziamento e invece siamo rimasti a parlare dei soliti tabù sindacali come l’articolo 18. È grave che manchi nella riforma del lavoro qualcosa di strutturato che supporti la ricerca attiva di un impiego».
Chi perde il posto rischia di essere poco stimolato al reinserimento?
«La nostra esperienza nell’outplacement ci fa dire che chi usufruisce della mobilità e della cassa integrazione non è interessato a trovare subito un nuovo posto. Tutti tendono a ricevere l’indennità fino all’ultimo, magari perché arrotondano con un lavoro in nero. Gli operatori dell’outplacement aiutano ad accorciare la permanenza delle persone fuori dal lavoro e quindi rappresentano un potenziale risparmio per le casse dello Stato. Sarebbe stato logico tener conto di questo fattore considerato che il tempo medio per la ricollocazione attraverso l’outplacement è di sei mesi».
I residui ideologici hanno portato a privilegiare il lavoro a tempo indeterminato nella stesura della riforma?
«L’aver voluto accontentare un po’ tutti alla fine ha prodotto solo scontento. Bisogna prendere atto che la soluzione dei problemi non è limitare il lavoro a tempo determinato, ma creare un circolo virtuoso come in altri Paesi dove cambiare lavoro è un fatto normale e non un evento come in Italia. La vera soluzione non è la rigidità nei contratti flessibili ma l’estensione sempre maggiore delle tutele anche ai contratti flessibili per farli accettare come contratti normali».
Se ci saranno spazi di intervento, quali sono le priorità?
«Il primo tema urgente sono le politiche attive per le persone che perdono il lavoro. Le posizioni di lavoro aperte all’80-85% non finiscono nelle inserzione perché, come spiega Unioncamere, l’offerta di lavoro funziona attraverso il passaparola. È complicato trovare ricollocazione senza supporto. Noi possiamo dire che l’outplacement è uno strumento che funziona bene perché aiuta a trovare il match tra domanda e offerta. Ad esempio, noi sappiamo già che ci sono 120mila posizioni aperte nell’industria».
E poi?
«Servirebbe una migliore regolamentazione dell’apprendistato in modo che sia la forma-principe per l’ingresso nel mondo del lavoro. Serve una normativa dettagliata nei tempi e nei modi affinché sia veramente formativo. Occorre infine maggiore tutela delle forme di contratto flessibili. Non esistono lavoratori di serie A e di serie B. Pensare che il mondo del lavoro si muova esclusivamente sul tempo indeterminato è pura utopia».