Rigoletto è stupendo ma gli ascolti sono bassi

"Solo" due milioni e mezzo di telespettatori hanno seguito l’opera in
prima serata. Una piccola delusione di "share". Però i vertici Rai
esultano e hanno ragione: perché, una volta tanto, è stato davvero
garantito il servizio pubblico

Se si guardano così i numeri nudi e crudi, si conclude che gli spettatori italiani hanno preferito di gran lunga le "Velone" all’emozionante dramma di Rigoletto. Le nonnine sorridenti che sgambettano sul palco girovago di Canale 5, sabato in prima serata si sono prese quattro milioni di spettatori. Lo splendido Placido Domingo diretto da Zubin Metha che canta a Palazzo Te a Mantova "solo" due milioni 659 mila persone con il 14,3 per cento di share. Molto meno di quanto realizza normalmente il primo canale Rai in quella fascia oraria così importante: dalle 20,30 alle 21,30. Gli spettatori che ammontavano a tre milioni e mezzo all’inizio dell’opera, sono man mano calati nel seguire dei minuti, segno che hanno preferito rivolgersi a qualche programma più leggero. E così, ci si chiede subito, ma val la pena che la Rai investa così tanti soldi e tante energie, coinvolga i più importanti cantanti, direttori d’orchestra e registi se gli italiani non rispondono in massa a un appuntamento così importante e così interessante? Che non è rimasto un evento per melomani ma si è trasformato veramente in uno spettacolo televisivo? I critici si divideranno in due scuole di pensiero: quelli che sostengono che, comunque vada, è giusto che una televisione pubblica si impegni in queste opere meritorie e educhi così il pubblico a gusti più raffinati e chi, invece, pensa che, visti i risultati, sarebbe meglio programmare questi eventi in orari meno rischiosi per quanto riguarda gli ascolti e di conseguenza gli introiti pubblicitari, su cui comunque si basa gran parte del bilancio della Tv di Stato. Visto che la questione non sarà mai risolta finché la Rai resterà un’azienda ibrida che deve contemporaneamente badare al mercato e alla sua funzione pubblica, intanto incassiamo questo bello spettacolo e accontentiamoci del fatto che ben due milioni e mezzo di persone, molte delle quali non vanno a teatro e che magari non hanno mai visto un’opera musicale, sabato e ieri (lo spettacolo si è chiuso a mezzanotte) si sono avvicinate a un mondo un po’ diverso dai soliti show e quiz.
In qualsiasi caso gli appuntamenti sono stati programmati fuori dal periodo di garanzia, cioè dal periodo dell’anno in cui vengono calcolati gli ascolti ai fini della definizione degli introiti pubblicitari. E, comunque, a salvare gli ascolti della settimana appena finita del primo canale, ci ha pensato la partita dell’Italia di venerdì che ha totalizzato il 35 per cento. Insomma, un po’ di cultura e un po’ di svago.
E così ha buon gioco il direttore generale Mauro Masi, al termine della rappresentazione, a commentare quella che per lui è stato "un grande successo per il servizio pubblico". "C’è stato un grandissimo impegno della Rai che deve proseguire nel segno di una programmazione di qualità che prescinde dai risultati d’ascolto - ha aggiunto Masi - occorre coniugare questi spettacoli di alto livello culturale con la tv popolare. E investire in direzione di un forte sviluppo tecnologico".
Certo, però poi i conti alla fine vanno fatti. E mentre da una parte il direttore generale assicurava che si può prescindere dagli ascolti, dall’altra approvava una serie di variazioni di palinsesto per le prossime settimane in modo da recuperare il "gap" già aperto con la concorrenza, come spostare lo show "Ti lascio una canzone" prima al venerdì e poi dalla settimana successiva al sabato. Perché se la Rai tenta di fare servizio pubblico, dall’altra parte c’è Mediaset che pensa ai propri interessi. E quindi ha subito approfittato degli appuntamenti culturali programmati da Raiuno - in particolare i Promessi sposi di Guardì - per lanciare con forza il palinsesto di Canale 5 anticipando la fiction Il Peccato e la vergogna di sicuro maggiore appeal. Tutto questo rientra nella normale guerriglia tra le due aziende. La questione rimane sempre la stessa: deve la Tv pubblica andare avanti per la sua strada a prescindere dal mercato? Se non si risolve prima la questione del proprio sostentamento economico, probabilmente no. Si andrà avanti così, un po’ e un po’, come sempre.