Ripensare l’Occidente all’ombra di Lady Liberty

Il filosofo Rob Riemen indica la strada maestra per capire la nostra civiltà: va da Baruch Spinoza a Thomas Mann. E' un dialogo socratico che fa l'elogio della nobiltà di spirito, un valore perduto

Ci sono libri che, trattando di un argomento apparentemente inattuale, riescono a dire sull’attualità molto di più di tanti instant book. È il caso di questo La nobiltà di spirito, di Rob Riemen (Rizzoli, pagg. 189, euro 16). Si apre con il racconto di un incontro al River Cafè di Manhattan dove si danno appuntamento l’autore, filosofo olandese responsabile dell’Istituto Nexus, che organizza convegni su temi di rilevanza mondiale, Elisabeth Mann Borgese, figlia di Thomas Mann e moglie del critico italiano Giuseppe Antonio Borgese, e un vecchio, anonimo suo amico, Joseph Goodman, musicista ebreo fallito, ispirato dalla passione per Walt Whitman. Esseri così diversi per storia personale e familiare trovano un terreno comune nell’amore per la cultura, per la libertà e per l’America.
Niente per loro è più commovente che la vista della Mighty Woman, la «Donna Possente», nome dato alla Statua della Libertà, che dal mare di fronte a New York sembra davvero vegliare sulla libertà di tutti i popoli del pianeta. Nessuno è più europeo di Mann. Nessuno più americano di Whitman. Eppure i due, nel racconto iniziale e nel corso del libro, vengono accomunati in nome di una appassionata difesa del primato dell’uomo e della nobiltà dello spirito come fondamento della democrazia e dell’Occidente. L’incontro avviene pochi giorni dopo l’11 settembre e l’attacco alle Torri Gemelle. Non potrebbe esserci occasione migliore per riflettere sulla nostra civiltà e sui pericoli che corre. Rob Riemen traccia un suo percorso. Parte da Baruch Spinoza, il filosofo che concepì come una liberazione da ogni fondamentalismo l’anatema con cui fu espulso dalla comunità ebraica di Amsterdam, e che rifiutò il potere della religione e del denaro per poter «vivere per la libertà». E arriva a Thomas Mann, grande borghese come Goethe, incarnazione dello spirito del suo popolo al punto da poter dire dal suo esilio in America: «Dove ci sono io, c’è la cultura tedesca».
Per Mann, il nazismo e ogni totalitarismo sono la negazione della tradizione europea nel senso che abbandonano la centralità dell’umanesimo, l’unica forza in grado di tenere insieme il mondano e l’ultramondano, l’Illuminismo e il Romanticismo, la ragione e la mistica, ciò che è sensuale con ciò che è spirituale, ciò che è metafisico con ciò che è sociale.
La parte polemica di un libro come questo è da sottolineare. Riemen polemizza contro intellettuali come Dario Fo, Susan Sontag, Norman Mailer che dopo l’11 settembre hanno in qualche modo difeso le ragioni degli attentatori piuttosto che quelle della vittime. Gli attentatori e i talebani, per Riemen, sono ispirati da una ideologia simile a quella della teocrazia medievale tedesca cara al primo nazismo, per la quale non può esserci che condanna. Poi la polemica prende come bersaglio il nichilismo, che inizia sempre con il sottrarre all’esistenza umana la sua possibilità di elevarsi sopra la natura animale. Il nichilismo è un antiumanesimo. E un cancro della civiltà.
L’uomo conosce la verità, il buono, il bello, l’essenza della libertà, della giustizia, dell’amore, della compassione. Togliete questi valori, e l’uomo non esiste più. E la stessa democrazia, come la sognavano Whitman e Mann, si svuota di senso in un egualitarismo spinto verso il basso, l’ignoranza, la corsa al divertimento futile e all’arricchimento a ogni costo. Vengono poi presi di mira gli intellettuali politicizzati, coloro che politicizzano lo spirito.
Il sogno ideale di Socrate e Platone degli intellettuali al potere si è incarnato nell’incubo totalitario di Lenin. Gli uomini che politicizzano lo spirito sono in genere i più conformisti e servi tra gli uomini. Vedono soltanto interessi sociali, dividono il mondo in maniera manichea, la ragione è sempre e soltanto dalla parte che essi hanno scelto, e, quando non ci sputano sopra, riducono verità, libertà, bellezza e giustizia, valori eterni, a strumenti politici contingenti e socialmente determinati. Se, come diceva Camus, l’unica cosa che giustifica la presenza di un intellettuale è la sua responsabilità verso il mondo delle idee e la nobiltà dello spirito, essere intellettuali è una pratica difficile, paradossale, anarchica e aristocratica. Idea sicuramente controcorrente.
Quando alla fine Riemen si chiede dove cercare oggi un residuo di nobiltà spirituale, trascura politici, media, università, chiese, e indirizza il lettore verso il testamento di un vecchio poeta: Czeslaw Milosz. Cattolico, polacco, premio Nobel nel 1980. Ebbi modo di incontrarlo a Berkeley e con lui passai qualche ora indimenticabile a mangiare quaglie con la polenta e a discutere da lontano sui destini dell’Europa. Mi sono commosso a ripensare quel vecchio signore alto, elegante, mondano e così carico di energia poetica e morale che mi incantò quel giorno, e a leggere queste parole in un suo messaggio finale all’umanità: «l’amore per la verità è una garanzia di libertà», contro tutti coloro che «cantano le lodi del nulla».