Ripensare le regole della globalizzazione

Robi Ronza

Gli effetti perversi della globalizzazione incontrollata cominciano a farsi sentire anche al di fuori del mondo sviluppato. Lo dimostra il caso della Turchia, la cui industria delle calzature, duramente colpita sul suo mercato interno dalla concorrenza cinese, ha chiesto al governo di imporre un limite all’importazione di scarpe dall’estero. Nel corso degli ultimi due anni nel settore calzaturiero turco l’occupazione si è ridotta del 20 per cento mentre tra il 2001 e il primo semestre del 2005 la sua produzione è scesa da 133 milioni a 78 milioni di paia. Oltre la metà delle importazioni turche di calzature proviene dalla Cina (53,7 per cento, per un valore di 221,7 milioni di dollari). L’Italia - osserviamo per inciso - è il secondo fornitore (13,2 per cento, per un valore di 53,8 milioni di dollari). Il rapporto tra la quota italiana del mercato e il suo valore conferma che il prodotto italiano di qualità può comunque trovare sbocchi anche in Paesi come la Turchia, e in effetti anche come la Cina. Sul prodotto di massa però il discorso cambia. Qui, come si vede, gli stessi Paesi di nuova industrializzazione tendono insomma a entrare in concorrenza tra loro. E in tal caso con esiti che possono essere ben più destabilizzanti di quanto siano con riguardo ai Paesi altamente sviluppati.
Questi ultimi infatti sono in grado di mitigare gli effetti delle crisi dei settori colpiti grazie ad ammortizzatori sociali che i Paesi di nuova industrializzazione non possono permettersi; e comunque, disponendo di un’economia ben più variata, possono in certa misura spostare investimenti e forza lavoro verso settori che reggono meglio il confronto con la globalizzazione. C’è insomma il rischio che la globalizzazione provochi nell’emisfero Sud una sequenza continua di decolli avviati e poi falliti, di cui non è difficile immaginare le gravi conseguenze anche sul piano internazionale.
Fermo restando che non sarebbe comunque possibile tornare ai mercati nazionali o anche plurinazionali semi-chiusi di trent’anni fa, tutto ciò conferma che non ci si può rassegnare all’idea che la globalizzazione finisca per imperversare nel mondo come un cavallo pazzo. È chiaro che non la si può governare con strumenti legislativi e amministrativi che, essendo stati pensati per l’epoca dei mercati nazionali o anche multinazionali semi-chiusi, oggi sono semplicemente improponibili. Occorre tuttavia in primo luogo prendere coscienza che anche il mercato globale deve venire governato, e poi mettersi alla ricerca di strumenti adatti a governarlo in modo efficace e insieme efficiente. Non ci si può rassegnare all’alternativa tra un dirigismo ormai più che condannato dalla storia e la legge della giungla post-moderna. A lungo andare senza regole non c’è mercato: quindi trovare le regole adatte al mercato globale è necessario anche ai fini dello sviluppo della stessa globalizzazione. Altrimenti si rischia il dilagare di protezionismi per così dire... di pronto soccorso, per loro natura instabili e forieri di generale instabilità. La pace si tutela anche, se non innanzitutto, così: contrastando tempestivamente i processi che producono tensioni, attriti e infine guerre.