Ripresa, quattro nodi da sciogliere

Ettore Gotti Tedeschi

Mi riferisco al bell’articolo di Paolo Mieli sul Corriere di lunedì 20 febbraio (L’Italia in declino, l'Europa non può aiutarci. Quel sogno svanito con la Bolkestein). Quel che dice è vero, ma proporrei di commentare la conclusione («...forse in campagna elettorale faremmo meglio ad affrontare il tema di come farcela da soli») con alcune considerazioni, necessariamente sintetiche, sul perché l’Italia sembra essere in declino. Vediamo:
- L’Italia ha vissuto 40 anni di statalismo economico, nel suo genere unico in Europa, che ha comportato inefficienza e illusione di ricchezza, ha condizionato la competitività non permettendo la nascita di un adeguato capitalismo privato diffuso nei settori dove lo Stato operava e spesso nel loro indotto. Ha fatto crescere un debito pubblico insostenibile e ha condizionato infine l’efficienza e lo sviluppo del sistema bancario stesso. Nel resto d’Europa però le cose non sono andate così.
- Il processo di privatizzazione avviato negli anni ’90 si è necessariamente scontrato con queste anomalie evidenziando le difficoltà del passaggio dal pubblico al privato. Dove lo Stato è dominante o monopolistico non nasce una imprenditoria privata allenata e in grado di sostituirlo, così per molte privatizzazioni fra le più importanti, essendo stati esclusi candidati stranieri, sono mancati gli imprenditori domestici con i soldi necessari. Così in alcuni casi si sono inventati gli imprenditori e i soldi li hanno messi le banche. Grazie ai bassissimi tassi il debito conseguente era sostenibile, ma dall’altra parte il risparmio degli italiani cessò di esser remunerato come era stato, ad alti interessi e basso rischio (sia pur illusoriamente), fin a quel momento. Gli effetti furono due: minori investimenti da parte delle imprese privatizzate a forte leva finanziaria grazie al conseguente flusso finanziario privilegiante la riduzione rapida del debito (per timore di crescita tassi); crollo redditività del risparmio degli italiani (investito in titoli di Stato) con le conseguenze sui consumi. Si potrebbe quasi dire che il grande risparmio italiano sia servito a garantire il debito pubblico e a finanziare le privatizzazioni.
- Le liberalizzazioni di mercato hanno fatto crollare le difese protezionistiche di settori trainanti, con forte indotto, comportando un peggioramento della competitività, minori investimenti ed un maggior impegno, sempre delle banche, per sorreggerli.
- Con l’ingresso dell’euro il ministero dell’Economia resta senza strumenti per il sostegno dei problemi specifici illustrati e può solo adottare una politica di ristrutturazione di bilancio (deficit), impossibilitato perciò a far manovre o adeguati investimenti di rafforzamento competitivo.
Oltre ai quattro problemi endogeni sopra esposti che concorrono a spiegare il problema competitività e i minori investimenti, ne vedo uno esogeno altrettanto importante.
In una Europa accomunata da una serie di svantaggi competitivi verso il mercato globalizzato, con sovracapacità produttiva e tante debolezze «nazionali» da risolvere con visione necessariamente un po’ egoistica, ma con posizioni competitive diverse (pensiamo a Germania, Francia, Spagna...) è difficile pensare ad una «solidarietà europea» (forse, se ci si credesse, si poteva sperare in una solidarietà cristiana europea...). Inoltre si sono evidenziate in Europa nazioni con maggior o minor capacità di formulare strategie economiche, nonché maggior o minor capacità di influenza in Europa. Tutti questi fatti possono comportare per l’Italia il rischio di esser vista più come strumento di rafforzamento competitivo di altre nazioni-settori che come protagonista.
Come può dunque «farcela da sola» la nostra Italia? Siamo una «Argentina» o produttori di «pallone e cibo» solo per provocazione, persino utile a riflettere, ma allora cominciamo a riflettere strategicamente anzitutto. Non lasciamo perciò prevalere una visione «politicistica» che vuole meno mercato e più politica con alcune tentazioni neoprotezionistiche. Incoraggiamo una visione realistica che chiede si realizzi realmente il mercato nella sua interezza perché solo così funziona l’economia.
Cerchiamo di fare dunque da soli, è corretto, ma prescindendo, se si può, da tentazioni di «campagna elettorale».