"Il rischio del caos libico: l’esportazione di integralisti"

Magdi Allam striglia la politica italiana: "È stata subalterna. Ora deve difendere i propri interessi. Berlusconi ha ereditato una politica di compiacenza"

«Ciò che sta accadendo in Libia dimostra una sola cosa: che Gheddafi era e resta un tiranno sanguinario. Un rais completamente isolato, ora che è crollato quel muro di paura che vincolava le istituzioni alla sua persona. Lo dimostra il livello della repressione con la quale sta reagendo alla rivolta popolare. Ha dato ordine all’esercito di massacrare i contestatori e si è rivolto ai manifestanti definendoli topi e cani randagi. La drammatica verità è quella che ha riferito il viceambasciatore di Tripoli all’Onu: in Libia è in atto un genocidio e Gheddafi si sta macchiando di crimini contro l’umanità»

Magdi Cristiano Allam il popolare giornalista e scrittore di origine egiziana, eurodeputato, sempre puntuale nelle sue lucide analisi sul mondo islamico, costretto a vivere sotto scorta dopo la sua conversione al cattolicesimo e le sue decise prese di posizione contro l’integralismo, traccia per Il Giornale un quadro dell’esplosiva situazione in cui è precipitata la tanto sbandierata Jamahiriya del Colonnello.

Ci sono similitudini tra la protesta libica e quella della Tunisia, dell’Egitto e degli altri Paesi in subbuglio?
«Direi che siamo in contesti radicalmente diversi basti pensare che, in Egitto, l’Esercito non solo ha dato ordine di non sparare e di disarmare i poliziotti che sparavano sulla gente ma, paradossalmente si è fatto garante del cambio di regime, ha raccolto le dimissioni di Mubarak e le ha annunciate al mondo. In Libia c’è una parte dell’esercito e delle forze dell’ordine che sta distruggendo tutti i luoghi del potere con una virulenza inimagginabile che non permetterà, comunque vadano a finire le cose, il ritorno di Gheddafi sulla scena. Per lui è finita. E il suo ultimo discorso in un luogo surreale, la caserma bombardata a suo tempo dagli americani, è il discorso di un pazzo che, nella sua solitudine, scandisce solo elucubrazioni»

Davanti alle quali l’Italia ha mostrato un certo imbarazzo...
«Con Gheddafi abbiamo fallito. E adesso il primo passo da compiere è una severa autocritica per quello che abbiamo fatto Perché sono stati i servizi segreti italiani a portarlo al potere nel 1969 su sollecitazione dei potentati petroliferi, compresa l’Eni, a cui Gheddafi aveva promesso una serie di privilegi. Solo che già un anno dopo avremmo dovuto accorgerci della sua inaffidabilità, quando, per tutto ringraziamento cacciò dalla Libia 70 mila italiani, lasciando loro solo i vestiti che avevano addosso e confiscando a quella gente tutto ciò avevano costruito con impegno e fatica per generazioni. E’ a quella vergognosa e ingiusta espulsione si è aggiunta la beffa di un’istanza di risarcimento per i beni che gli italiani sono stati costretti ad abbandonare laggiù che a tutt’oggi, per i capricci del Colonnello, è rimasta inevasa. Mentre l’Italia è stata l’unico Paese a concedere un risarcimento per danni coloniali. Il colossale regalo alla Libia di una superautostrada da cinque miliardi di dollari. Tutti episodi che hanno evidenziato il nostro livello di sottomissione a questo personaggio»

Sottomissione che parte da molto lontano, tuttavia...
«Certamente. Berlusconi, tanto per chiarire le cose ha ereditato una politica di compiacenza che è nata con Moro e che è proseguita con Fanfani, Craxi, D’Alema e Prodi, che lo invitò alla Ue quando era commissario. E’ un dato di fatto che è stata la sinistra a sdoganare Gheddafi quando, dopo gli attentati di Lockerbie e alla discoteca tedesca, era considerato un paria. Con un’ immagine allegorica si può ben dire che sono stati in molti a piegare la schiena per entrare nelle sue varie tende»

E adesso? L’Italia ha davvero la forza per svoltare, per imporre nuove relazioni alla Libia del dopo Gheddafi?
«L’Italia deve raddrizzare la schiena e avere il coraggio di difendere i suoi imprenditori, la sua gente, i suoi interessi ma senza abdicare ai suoi doveri: difendere e salvaguardare la libertà dell’uomo, i diritti civili, le regole della convivenza morale ed etica»

C’è il rischio di una clamorosa invasione di clandestini e terroristi in fuga dalla Libia in fiamme?
«Il rischio è altissimo. Per colpa ancora una volta della follia di Gheddafi che tempo fa ha deciso di aprire le frontiere per far entrare i «fratelli africani» per coinvolgerli nella sua Jamahirya, il governo delle masse appunto. Ma questo ha significato che, accanto a sei milioni di libici, ci sono oggi due milioni e mezzo di immigrati clandestini dai Paesi africani più poveri che vivono in condizioni miserevoli. E che sono pronti a tutto. Se, in buona sostanza, i libici sono ricchi per i petrodollari, il restante 40 per cento della popolazione è talmente incattivito da rappresentare una minaccia. C’è il rischio che l’Italia possa venire invasa da centinaia di migliaia di clandestini tra cui si mescoleranno delinquenti e carcerati fuggiti anche dalla Tunisia che, potrebbero venire arruolati come manovalanza dalle reti del terrorismo»

Possiamo fare qualcosa per arginare questo rischio?
«Ben poco, nel momento in cui le forze dell’ordine dei Paesi in subbuglio non sono più in grado di controllare le coste. E ben poco anche perché nell’Italia del buonismo, praticato non tanto dal governo ma da certa magistratura e da certa sinistra che vorrebbe spalancare le frontiere, tutti possono trovare un rifugio e cedere i loro cuori e le loro teste ai signori delle moschee che, nel nostro Paese non vengono e non possono venir controllate, solo per un assurdo atteggiamento islamicamente corretto che può solo nuocerci».