Il rischio di una «libertà» illiberale

Sandro Bondi*

L’intervista-fiume di Paolo Flores d’Arcais al primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero, pubblicata su Micromega, è un tentativo, non riuscito, di inventare un nuovo modello ideologico di “sinistra dei diritti”, facendo leva sul nesso democrazia liberale-laicità. Il tentativo è goffo e maldestro, con un Flores sempre teso a forzare la mano a Zapatero, su qualsiasi tema. Il premier socialista spagnolo è favorevole ad un nuovo “socialismo dei diritti”, che non racchiude nessuna particolare novità e, inoltre, si impelaga con questioni ben più grandi delle misere possibilità attuali di una non meglio definita “cultura socialista”. Quel che maggiormente colpisce, nell’intervista, è la sostanziale omogeneità, di taglio interamente ideologico, tra la concezione della religione come fatto intimo e il tentativo di azzeramento del diritto naturale considerato l’alveo di ogni visione anti-democratica. Le due questioni sono oggettivamente correlate, tese come sono ad affermare l’esistenza di un individuo libertario, irriducibilmente finito e incapace di avere qualsiasi rapporto con una verità universale. Il tutto inserito all’interno dell’equazione verità universale = fondamentalismo illiberale. Di qui la sparata, rozza e immotivata, sulla Chiesa come «incompatibile» con la democrazia.
Sul primo punto, la religione e la fede come fatti intimi, ricordiamo che, sul piano politico-culturale, una siffatta considerazione implica l’azzeramento netto della grande tradizione del cattolicesimo liberale e democratico, da Sturzo a La Pira, passando per Del Noce, esponente tanto singolare quanto oggi riscoperto del cattolicesimo critico della modernità, ma non anti-moderno. Non basta. La sociologia delle religioni, ha, da sempre, considerato il rilievo delle religioni e delle fedi come un patrimonio pubblico fortemente incidente sul piano civile e politico. Basti pensare ad un etnologo geniale ed eterodosso come Ernesto De Martino.
Inoltre, la tradizione liberale, da Tocqueville a von Hayek, ha concepito la religione come un fattore di coesione sociale e di sostegno alle comunità naturali, la famiglia in primis. Anche in funzione anti-statalista e anti-statolatrica. È chiaro che due insigni statalisti come Flores e Zapatero non riescono a comprendere una concezione siffatta, per evidenti limiti culturali e per congenito giacobinismo. In merito alla negazione rozza e radicale del diritto naturale e, fin dall’origine, del concetto di «natura» come categoria capace di definire la struttura della vita umana e del vivere associato, si consideri l’aspetto decisamente reazionario di questa filosofia individualistica libertaria e soggettivistica.
Le recenti esperienze in materia di fecondazione assistita avrebbero dovuto suggerire maggiore prudenza su questi temi, anche in ragione di una forte attenzione a queste materie da parte di pensatori certamente non ascrivibili alla destra, quali, uno fra i più significativi, Habermas, che ha scritto un acuto saggio sulla categoria di “natura” come salvaguardia delle libertà individuali democratiche, contro il politically correct che fa, alla fine, il gioco, del mercato, a parole disprezzato, nei fatti esaltato. Perché l’individualismo libertario è il corollario antropologico di una rozza idea di mercato e di società aperta, di mercato, concepite come l’arena in cui le singole libertà dell’individuo finito si incontrano soltanto all’insegna dell’esaltazione del primato dei desideri, della «dittatura dei desideri». È, questo, il «ghetto della soggettività», di cui molte volte ha ragionato Benedetto XVI. Un modello di società così impostato è profondamente anti-democratico e illiberale e proprio in quanto spazio di affermazione e di strumentalizzazione del diritto e dello Stato in funzione del soddisfacimento dei soli diritti soggettivi e individuali. Anche Dahrendorf, elaborando la categoria di «libertà attiva», ha superato questa anticaglia ideologica, post-sessantottina e radicaleggiante, che oggi non ha più diritto di cittadinanza nel mondo occidentale, se non come apologia indiretta della libertà come «fare quel che pare e piace», un laissez faire intollerabile come unico criterio di coesione sociale e di strutturazione dello Stato di diritto.
*Coordinatore Nazionale Forza Italia