Riscoprire Giolitti, «grand commis» del realismo politico

Quante se ne sono dette di Giovanni Giolitti: fu «ministro della malavita» per Salvemini; «bolscevico dell’Annunziata» per il direttore del Corriere della sera Albertini; Gioacchino Volpe, lo storico del medioevo, lo accusò d’avere dato spazio alle forze eversive; Rosario Romeo, il grande storico di Cavour, gli ha addebitato il logoramento dello Stato di diritto; in tanti lo incolpano di avere alimentato il clientelismo politico, da cui è nato il termine «ascarismo». Non sono mancati naturalmente gli estimatori, il più caloroso Giovanni Ansaldo, che in contrasto con Salvemini gli ha dedicato il suo più bel libro: Il ministro della buona vita. Per Croce, De Ruggiero, Salvatorelli, è stato l’espressione della tradizione liberale piemontese.
Nato come grand commis dell’amministrazione sabauda, portò nella politica di fine ’800-inizio ’900 (fu eletto deputato a Cuneo nella lista Depretis nel 1882) realismo, concretezza, antiretorica, peculiarità che ne fecero uno dei più grandi statisti italiani. I suoi governi furono i più aperti al sociale di tutti quelli della sinistra storica. Togliatti disse che quelli di Giolitti furono «i governi più avanzati della borghesia». Volle il suffragio universale maschile nel 1912. Con il Patto Gentiloni avviò la pacificazione fra cattolici e liberali laici, divisi dal Sillabo e dal Non expedit papali, che poi portò ai Patti Lateranensi nel 1929. Mediò come poté i contrasti Nord-Sud negli anni in cui si cominciava a prendere coscienza della questione meridionale.
Era un’Italia, quella di Giolitti, con moti sociali, agitazioni nelle campagne, un proletariato robusto e pressante, il potere dei sindacati in crescita. Dall’altra parte c’era una borghesia allarmata e inquieta. Giolitti inserì in questo dualismo l’avventura libica (1911), e quella del Dodecanneso (1912), che divennero valvola di sfogo per i fermenti nazionalistici. Quell’Italia viene ancora oggi ricordata come «l’Italietta», ma in verità tanto piccola non fu. Come testimonia Stefano Jacini, più volte ministro dopo la morte di Cavour, quell’Italia aveva «classi dirigenti, letterarie e politiche impazienti di realizzare l’ideale di grandezza che avevano nella mente e nel cuore».
Una certa storiografia ha fatto di Giolitti un campione del lassismo. Le sue aperture alla sinistra moderata e riformista sono indubbie ma in quel permissivismo sociale si rivelò un Giolitti saggio e preveggente. Indicativa di quel ch’era la visione politica giolittiana è una frase che egli pronunciò mentre era in corso l’operazione militare a Tripoli e in Cirenaica: «politica democratica non è sinonimo di politica fiacca, di politica impotente».
A 79 anni dalla morte (1928) ecco un’opera che permette di scrutare più da vicino il personaggio. Sono tre volumi corposi (il primo, appena uscito, è di 718 pagine; prezzo di copertina 40 euro), che raccolgono i verbali dei Consigli dei ministri presieduti da Giolitti (579 sedute in undici anni di governo tra il 1892 e il 1921), tutta la sua opera legislativa (secondo volume), il carteggio (terzo volume). Un’opera davvero straordinaria, edita dalla Bastogi, finanziata dalla fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, con magnifiche analisi di Aldo M. Mola e Aldo G. Ricci. Tre tomi che sono il prodotto di studiosi come ci sono nella provincia piemontese, «una terra fiera della propria identità» come scrive Giuseppe Rubbia, presidente della Cassa di Risparmio di Saluzzo, mecenate dell’opera.