Il riso amaro del Carnevale politico

Che prima o poi spuntasse un comico a creare scompiglio nella politica italiana era da aspettarselo. Proviamo a sentire quattro diversi pareri. Ha scritto Giuseppe De Rita, sociologo, intelligenza preziosa: «Siamo una società di indecifrabile polverizzazione, di esasperato individualismo». Giudizio elegante e temperato. Angelo Panebianco, politologo serio ed equilibrato: «Non ci sono più partiti radicati e forti: la democrazia è priva di ancoraggi». Fausto Bertinotti, massimalista ora ormeggiato sul terreno istituzionale. «Quando c’è il vuoto, qualcuno, prima o poi lo riempie». Raffaele Bonanni, sindacalista: «Finché ci saranno politici piacioni, è chiaro che i comici tenderanno a fare politica».
Ma sì, eccola la realtà che ha partorito l’antipolitica, maturata in qualche decennio, e oggi arrivata all’acme, con masanielli in vesti diverse: giacca e cravatta, in jeans, con la toga nell’armadio, persino in minigonna e, per finire (ma non è detto), finalmente un comico vero. Nessuna meraviglia. E chissà quante ancora se ne vedranno. È proprio vero, siamo diventati una «società a coriandoli», come ha scritto De Rita, cioè sminuzzata e anche un po’ carnevalesca.
Come uscirne? Longanesi, prima ancora che accadesse il peggio, si affidava alle «vecchie zie», depositarie di valori della sana società di quella piccola e rispettabile Italia discesa unita dall’800. Valori che erano guida e mentori dei buoni cittadini. Valori quasi del tutto assenti oggi, il che ha prodotto la crisi morale e politica che umilia la nostra dignità nazionale e schiaccia le nostre istituzioni.
Non più vecchie zie, dunque, non più partiti storici con solidi ideali, di destra o sinistra che fossero in altri tempi, ma custodi di resistenti visioni della vita e del mondo. Valori capovolti ormai, sicché prevale quella che ci siamo permessi di chiamare la cultura dell’irresponsabilità. Disfatti, smontati, purtroppo anche quei patti costituzionali che per alcuni decenni hanno garantito un ordine sociale e politico non disprezzabili. Urbanità, rispetto umano, correttezza, in una parola quelle regole di vita che monsignor Della Casa chiamò galateo, non ci sono più né nella politica né in molta parte della società. C’è chi invoca il primato della politica, intesa come direzione della vita pubblica, ma predominano scorrettezza, volgarità e in non pochi casi pure l’ignoranza. Non è con le facezie della comicità che tutto questo ci va ricordato. Ne siamo ben consapevoli.
Non sarà facile riedificare questo nostro disgraziato paese, riportarlo dai carnevaleschi coriandoli ai partiti storici, ad una società decorosa, recuperando quella cultura collettiva che è coscienza di una società integra e costumata. Cultura non vuol dire istruzione libresca, ma quel processo di formazione umana, di sensibilità, di modo di pensare e di comportamenti, insomma quel complesso di manifestazioni della vita materiale, sociale e anche spirituale che portano un popolo ad essere depositario di una civiltà. Bacone, filosofo del ’500, diceva che la cultura è la «georgica dell’animo», quella cioè che coltiva l’essenza dell’uomo. È quel che manca oggi nel nostro mondo, appunto quell’insieme di modi di vivere e di pensare che producono civiltà.
No, non sarà facile. In momenti di pessimismo viene da pensare addirittura che sia impossibile, dopo tutto quello ch’è avvenuto negli ultimi quarant’anni. La cultura dell’irresponsabilità ha impregnato la società italiana. Quanto tempo ci vorrà per ridare vita a un processo di formazione umana? Non basterà certo una generazione. E dov’è la classe dirigente che s’incarichi di una simile missione, capace di farsi strumento di rinnovamento e insieme di recupero dei valori fondamentali?
Il malessere che opprime il paese è profondo, intimo, tutt’altro che epidermico. Non ci sono molti spiragli di speranza. Paradossalmente la spinta potrebbe venire dalla stessa spossatezza in cui società e istituzioni sono precipitate. La consapevolezza del declino potrebbe, chissà, pur nello scoramento in cui siamo immersi, portare a un disperato tentativo di rinascimento.
Volontà, cultura e coraggio per un simile tentativo possono però venire solo da un comune sentimento di riscatto. Comunque cioè agli opposti schieramenti. Non certo dalla rozzezza di taluni masanielli e dalle amenità, pur non lontane dalla realtà, di qualche comico.