Un Risorgimento senza retorica ma con tanto cuore

È uno spettacolo, questo <em>Disco Risorgimento</em> ovvero, come recita il sottotitolo, <em>Una storia romantica</em>, che fa giustizia dei luoghi comuni e delle incrostazioni retoriche

L'avevamo lasciato alle prese con Italo Balbo, l'eroico cavaliere del cielo precipitato col suo aereo come l'albatro sorpreso dal fulmine e dall'incostanza dei venti nel poema di Baudelaire e ora, in Disco Risorgimento, lo ritroviamo a dar fiato e voce a Giuseppe Mazzini nello spettacolo diretto da Alessandro D'Alatri. Nel quale Edoardo Sylos Labini dà prova di una strepitosa duttilità tecnica nel riprodurre con cura maniacale il passo dinoccolato, la cadenza dall'inflessione anglosassone a causa dei frequenti soggiorni all'estero e il malinconico mal di vivere che sempre in Mazzini.

Su un camminamento che dal fondo scena ci porta a una sorta di bivacco a mezza via tra una barricata e un covo di rifugiati politici, la regia ha collocato una sorta di Masaniello. Un nunzio che ci introduce agli stornelli della gloriosa Repubblica Romana in cui Mazzini militò con Garibaldi. Una passerella sui generis dalla quale Mazzini si rivolge a due incantevoli figure femminili: un'Italia dolente ma non doma che sembra scaturita da un disegno di Doré e una sciantosa dalla voce perentoria che intona sia Verdi che la Marsigliese a seconda degli eventi che la guidano tra i patrioti o tra le schiere dei cugini d'Oltralpe.

È uno spettacolo, questo Disco Risorgimento ovvero, come recita il sottotitolo, Una storia romantica, che fa giustizia dei luoghi comuni e delle incrostazioni retoriche che quasi sempre si sovrappongono ai fatti documentati ogni volta che si tenta di ricostruire con lucidità gli anni della nostra formazione civile e politica. Che stavolta, nella tersa impaginazione di D'Alatri e nella commossa evocazione di Sylos Labini, doppia il traguardo della memoria storica e della rivisitazione critica grazie sia al rifiuto dell'aneddotica di parte che alla ricreazione romanzata della personalità di un padre della patria. Non c'è concessione al pietismo o all'indulgenza, nella rappresentazione. Che anzi, rifiutando ogni dialettica degli affetti toccata in sorte al fondatore della Giovane Italia trova un accento rigoroso e partecipe che illumina di una luce sofferta il cammino tortuoso e difficile di quest'uomo di penna e non d'azione.

Una bella prova che, in questo anno dedicato alla memoria di un anniversario di cui il teatro italiano sembra essersi dimenticato, colloca lo sforzo congiunto di attore e regista su un piano di assoluta nobiltà che confina con la chiaroveggenza.

Il calendario:
Martedì 8 marzo a Frosinone, il 9 a Tivoli, l'11 a Latina,il 14 a Viterbo,il 15 a Rieti, il 16 a Pomezia, dal 20 al 27 al Palazzo Reale di Milano, il 28 al Palazzo Reale a Torino e il 29 ad Alessandria.

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