Il ritmo di un’Irlanda che non è più da cartolina

Il devastante passaggio da una secolare povertà all’improvvisa ricchezza nel pessimistico romanzo di Sean O’Reilly

C’è un ritmo in tutte le cose. Ce n’è uno anche in questo esordio italiano di Sean O’Reilly. In realtà, come dice il titolo originale, c’è uno swing per tutte le cose. Non mi metterò a ricercare il significato profondo della parola swing, visto che ci hanno provato in tanti senza riuscirci. Ma forse è proprio quello l’aggettivo giusto per esprimere uno dei tratti più intimi del popolo irlandese. Un popolo fiero, sanguigno, appassionato della propria storia e delle proprie tradizioni letterarie e musicali. Un popolo mai domo. Il Ritmo delle Cose (Sartorio Editore, pagg. 334, euro 16,00) di Sean O’Reilly ci dimostra come quest’isola aggrappata all’Europa ma pronta a spiccare il balzo verso l’amata America, continui a sfornare talenti letterari e narratori di primo ordine. Se però vi aspettate la classica Irlanda agreste e marinara, quella delle lunghe serate trascorse al pub a bere in compagnia e a intonare canti nostalgici, forse resterete delusi. O, quantomeno, sorpresi. Quella di O’Reilly è un’Irlanda metropolitana, l’Irlanda dove a forza di vivere a Dublino ti dimentichi che intorno c’è una campagna verde e pastorale. Ma forse è proprio al mondo urbano di molti altri paesi occidentali che la società irlandese di oggi sta cercando di uniformarsi.
Il boom economico senza precedenti scoppiato una quindicina di anni fa ha rischiato di essere una meteora per un paese in cui erano ancora vive le immagini di devastazione e povertà tramandate da narratori su narratori fin dagli anni della grande carestia, a metà dell’Ottocento. È una situazione paradossale quella che si vive oggi. La memoria storica è fortissima eppure i giovani hanno solo in testa i simboli onnipresenti del capitalismo: telefonino, abiti firmati, reality show e assuefazione al mito della celebrità. L’Irlanda è un paese povero che si scopre ricco. Un paese da cui nel passato sono emigrati milioni di persone ma che non riesce a fare i conti con il crescente fenomeno dell’immigrazione dai paesi più poveri. E poi ci sono i soldi, tanti soldi.
Anche Noel Boyle, il protagonista del romanzo di O’Reilly, se ne accorge. Noel ha passato diversi anni in un carcere per aver fiancheggiato l’Ira. Uscito di prigione, decide di farsi una nuova vita a Dublino, ma comprende a caro costo quanto sia difficile ricostruirsi una esistenza. Quello che si ritrova davanti è un mondo opulento e sfrenato in cui è l’indifferenza a farla da padrona. Noel, da ex-carcerato quale è, potrebbe anche ritenersi fortunato, visto che trova presto un impiego e che riesce a iscriversi all’università. Ma le buone intenzioni si scontrano con una realtà cupa, con una disperazione totale. «Il carcere era stato la perdita della libertà, la codardia era il fallimento del coraggio, il male l’astinenza dal bene... e niente era il castello in aria di qualcosa». Il pessimismo trova sempre più spazio tra le pagine di questo libro. Tra amicizie sballate, amori vuoti e malati, rivendite di kebab ed etnie in conflitto, c’è davvero poco spazio per un'Irlanda da cartolina.