Ritorna il colonialismo Così gli sceicchi si mangiano l’Africa

In cinque anni ceduti a ricchi investitori arabi e cinesi 80mila chilometri quadrati di fertili terreni agricoli

Gli sceicchi stanno cannibalizzando l'Africa nel senso letterale del termine. Se da un lato la siccità ha messo in ginocchio Paesi come la Somalia, il fenomeno dell'esproprio delle terre fertili potrebbe infliggere il colpo mortale all'Africa Nera. Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita, ricchi di petrolio, ma minacciati dal deserto, hanno acquistato vastissime distese di terreni coltivabili danneggiando il sistema economico africano. E mentre nelle piazze si festeggiano in pompa magna gli anniversari dell'indipendenza ottenuta decenni or sono da Francia, Inghilterra o Portogallo, il neo-colonialismo perpetrato dai signori del petrolio (e dalla Cina) sta originando nuovi guai a un continente che sopravvive tra mille traversie.
La gara per il controllo di terre coltivabili è in pieno svolgimento. A denunciarlo è il gruppo di studio canadese Oakland Institute, che spiega come il forte aumento dei prezzi alimentari abbia innescato il fenomeno. Molti governi dei Paesi dipendenti dalle importazioni di cibo si sono convinti della necessità di ridurre la loro vulnerabilità acquistando altrove quello che madre natura non gli concede. I dati disponibili parlano di vendite (e in alcuni casi di svendite) scriteriate. In Etiopia, Mozambico, Sudan, Mali, Madagascar e Liberia, circa 80mila kmq sono stati ceduti a investitori del Medioriente tra il 2004 e il 2009. Stiamo parlando di un'area equivalente a quattro volte la superficie della Lombardia. Operazioni favorite dalla corruzione insita nel sistema di nazioni politicamente fragili che godono quasi di uno statuto di tolleranza morale.
Purtroppo all'orizzonte ci sono altri investitori. Su tutti la Cina e l'India, che hanno acqua in abbondanza, ma temono che in futuro il loro settore agricolo non riesca più a fornire cibo a sufficienza a fronte dell'esplosione demografica. Tutto questo lascia intendere come gli 80mila kmq ritraggano il prologo di sempre più drammatici scenari futuri. Ciò che è accaduto ad esempio in Madagascar dovrebbe far riflettere. Nel 2008 l'allora presidente Marc Ravalomanana giudicò «offensiva» l'offerta presentata dall'azienda coreana Daewoo per sfruttare l'area di Farafangana. L'anno successivo però la stessa regione venne ceduta in blocco agli arabi dal neopresidente (ed ex disc jockey!) Andry Rajoelina, innescando lo scoppio dei tumulti di agricoltori e pastori diseredati. I militari spararono sulla folla uccidendo 74 manifestanti.
I politici non hanno mai fornito una giustificazione ufficiale. Nel gruppo, purtroppo, c’è anche la signora Ellen Johnson Sirleaf, recentemente rieletta alla presidenza della Liberia, ma soprattutto insignita lo scorso 7 ottobre del premio Nobel per la pace. Gli espropri non godono di un'altra faccia della medaglia da mostrare con orgoglio. L'esodo di intere comunità non viene infatti compensato dalla creazione di posti di lavoro. Chi ha perso la propria sussistenza non può neppure reclamare il diritto di lavorare le terre da bracciante: la manodopera viene affidata dai nuovi padroni a maghrebini e yemeniti. Sulla falsariga di quanto accade con la Cina, che per le infrastrutture nei Paesi africani si rivolge ai prigionieri provenienti dai temibili Laogai, i campi di concentramento locali. Il caso più recente in Gabon, dove si disputerà a gennaio la Coppa d'Africa di calcio: i due stadi di Libreville e Franceville sono stati interamente edificati dai prigionieri dei lager, maestranza a vergognoso costo zero.