Il ritorno di Saverio Strati, un grande dimenticato della letteratura

Dopo quasi 20 anni lo scrittore calabrese che vive grazie al sussidio della legge Bacchelli, torna a pubblicare. La rivista «Il Portolano» ospita un suo inedito e gli dedica un fascicolo monografico

Ha scritto più di 40 opere tradotte in numerose lingue, ha vinto premi prestigiosi in Italia e all'estero, è considerato il più grande scrittore calabrese vivente. Eppure Saverio Strati, 85 anni, abbandonato nel 1991 dalla Mondadori, suo storico editore, da allora non riesce più a pubblicare le sue opere: decadute le royalties, unica fonte di reddito, ora vive più che modestamente solo grazie al sostegno statale della legge Bacchelli, che gli è stata concessa, peraltro, solo a metà dicembre dello scorso anno.
A Strati è dedicato l'ultimo numero della rivista letteraria «Il Portolano» (edizioni Polistampa), che propone un suo racconto inedito, dal titolo «Le notti di Marisa». Dopo quasi vent'anni questo è il primo racconto di Strati a essere nuovamente stampato. «Le notti di Marisa» racconta una veglia notturna estiva fatta di insonnia e pensieri che ha per protagonista, appunto, Marisa, «giovane donna grassa e pesante», che lo scrittore descrive «in sottoveste molto scollata», che «si muove per l'ampia terrazza dell'attico illuminata dalla luna piena».
Al tempo stesso il periodico fiorentino «Il Portolano» (Saverio Strati vive da 46 anni a Scandicci, alle porte del capoluogo toscano) ricorda vita e romanzi dello scrittore che con «Il selvaggio di Santa Venere» vinse il Premio Campiello 1977, in un editoriale del direttore Francesco Gurrieri e nel saggio breve dello scrittore Stefano Lanuzza. Molti i saggi di «accompagnamento», firmati tra gli altri da Renato Ranaldi, Riccardo Albani, Angela Gatti Pellegrini.
Personaggio schivo, poco avvezzo alla luce dei riflettori e lontano dagli schieramenti politici, Strati è per la rivista «Il Portolano» l'ultimo erede della grande tradizione verista, è «narratore di realtà spesso scomode, testimone della lotta degli oppressi, acuto interprete dei problemi dell'emigrazione e dell'integrazione culturale». Nonostante i successi e la fama internazionale, è da circa vent'anni dimenticato dall'editoria, dal mondo letterario, dai media: il destino di un uomo, per usare le sue stesse parole, «a cui non è mai importato di essere 'personaggiò, secondo quanto pretenderebbe dallo scrittore la cultura della borghesia».
Nato a Sant'Agata del Bianco (Reggio Calabria) il 16 agosto 1924, Saverio Strati, figlio di proletari, svolge fin da piccolo diversi mestieri. Consegue la maturità classica solo nel 1949, ormai adulto: nel frattempo ha maturato un forte amore per la letteratura, nato dalla lettura di scrittori come Croce, Tolstoj, Dostoevskij, Verga. Frequenta la facoltà di Lettere, ma non finirà mai l'università. Nel 1953 si trasferisce a Firenze, dove collabora con quotidiani e riviste. Dello stesso anno è l'incontro cruciale col critico letterario Giacomo Debenedetti, che dopo aver letto il racconto «La Marchesina» lo incoraggia a proseguire nell'attività di scrittore, mettendolo poi in contatto con Mondadori. Con l'editore milanese Strati pubblica, dopo la prima raccolta di racconti («La Marchesina», 1956) e il primo romanzo («La Teda», 1957), la maggior parte delle proprie opere, compresa «Il selvaggio di Santa Venere» che nel 1977 gli vale il Premio Campiello. Nel 1958, dopo aver sposato una ragazza svizzera conosciuta a Firenze, si trasferisce in Svizzera, dove vive fino al 1964. Qui scrive i romanzi «Mani Vuote», «Il Nodo» e molti racconti. Dal soggiorno all'estero, che Strati considera come una svolta nella sua narrativa, nasce anche il romanzo «Noi Lazzaroni», pubblicato nel 1972. Dal 1964 vive a Scandicci, in provincia di Firenze.