Ritratti antiretorici e pettegoli dei grandi uomini dell’Urbe

Giuseppe Antonelli allinea, in «Il libro nero di Roma antica», una serie di personaggi per mostrarne i lati deteriori. Operazione legittima, ma anche un po’ rischiosa...

Malgrado il titolo tenebroso del recente libro di Giuseppe Antonelli, Il libro nero di Roma antica, la lettura di queste pagine scritte con notevole efficacia stilistica e uno «sprezzo del pericolo» di incappare in forzature, tendenziosità, unilateralità di giudizio, risulta infine gradevole, e persino divertente. Non accade tutti i giorni, infatti, di vedere trattati con assoluta e irriverente aggressività personaggi (il volume è in fondo una galleria di uomini «illustri») che hanno avuto decisiva importanza nella storia dell’antica Roma: Silla, Cicerone, Marco Antonio, Ottaviano Augusto, lo stesso Cesare, e numerosi altri.
Qual è la trovata, non poi originalissima, dell’autore per mantenere ciò che il titolo promette? Non inventare (quasi) nulla, e attenersi alle fonti più che autorevoli, soprattutto biografi antichi di altissimo rango, quali il latino Svetonio, con il suo famoso libro Vite dei Cesari e il greco Plutarco con le sue monumentali Vite parallele. Questi due autori hanno in comune una caratteristica essenziale: narrare la Storia attraverso i grandi uomini che l’hanno profondamente condizionata e in parte gestita, annotandone con diligenza, oltre alle loro imprese, vizi e virtù, pregi e difetti, sia fisici sia morali, senza tentare una contestualizzazione di essi, cioè un giudizio unitario che ne offrisse un «ritratto» in chiaroscuro, com’è proprio d’una corretta cronaca storica e prosopografica.
Questa scepsi di caratteri contrapposti è più vistosa in Svetonio, buon segretario e burocrate della corte degli imperatori «adottivi» Traiano e Adriano, e soprattutto archivista compiaciuto del proprio mestiere che gli permette di frugare nella più segreta documentazione di corte, e nei dettagli più intimi, psicologici, fisiologici e patologici dei dodici Cesari da Giulio Cesare fino a Domiziano, l’ultimo della dinastia Flavia.
Ed ecco dunque il segreto del nero perseguito dall’autore che potrebbe difendere la sua scelta rivendicando il diritto di scegliere il negativo dei personaggi lasciando ad altri il compito di riequilibrare il giudizio complessivo che è proprio degli storici di più ampio respiro e di più rigorosa informazione, tra i quali egli non ha certo la presunzione di considerarsi. E forse può anche aggiungere - in ciò non gli si può dare torto - di aver voluto liquidare con la sua totale irriverenza una tradizione encomiastica, quasi agiografica, di personaggi ormai universalmente omaggiati come sublimi artefici della «gloriosa e provvidenziale» potenza romana. Certo gli incipit di alcuni capitoli sbalordiscono il lettore con la violenza della loro dissacrazione.
Prendiamone due di singolare pregnanza. Quelli dei capitoli dedicati a Marco Antonio e ad Augusto. Il primo: «La carriera di un giovinastro sempliciotto come Marco Antonio suona insulto e provocazione in quanti pensano che la fortuna dovrebbe cercare di spendersi con più criterio e magari privilegiare persone davvero meritevoli della sua protezione. Certo è che, considerata la caratura del personaggio, nel caso specifico, la buona sorte meriterebbe il commento di aggettivi tipo: oltraggiosa e indisponente. Per un uomo il cui livello morale e intellettuale ricorda un misto di mazziere guardaspalle, galoppino, usciere e donna delle pulizie, sembra proprio che si sia sprecata più del conveniente» (pag. 138). Il secondo: «Chiunque l’ha conosciuto bene, e non fosse della sua stessa risma, non ha potuto far altro che odiarlo, ovviamente in silenzio, per non mettere a rischio la vita, ma sempre con tutta l’anima. Augusto infatti è, probabilmente, l’individuo più rozzo del secolo che gli adulatori hanno voluto ribattezzare col suo nome, esemplare di una umanità latina che squalifica la specie e fa vergognare i compatrioti. Coniugava infatti la ferocia istintiva del beccaio con la granitica indifferenza per i sentimenti del suo prossimo» (pag. 154).
Del resto l’aletta di copertina conferma questa consapevole forzatura che fa di questa vivacissima e tendenziosissima pinacoteca letteraria di mostri una serie di falsi storici che però discendono dalle fonti antiche interpretate con la faziosità propria della damnatio memoriae che in fondo è. Conclusione ingiusta, ovviamente, ma i pettegolezzi qui raccolti sembrano utili a ridimensionare l’immagine che il classicismo retorico ha accreditato presso il pubblico.
Tuttavia il polemico capovolgimento del giudizio corre un grave rischio: quello di far sì che il grosso pubblico prenda sul serio queste pagine, al di fuori del necessario distacco di un divertissement paradossalmente orrorifico che esse dovrebbero provocare, falsando invece completamente la storia ben più ricca, anche se sanguinosamente tragica, del I secolo a.C., cioè del periodo decisivo che vide la caduta della repubblica e il consolidamento «rivoluzionario» di quella ibrida forma di governo autoritario che abitualmente e approssimativamente definiamo Impero.

Giuseppe Antonelli, Il libro nero di Roma antica (Newton&Compton, pagg. 233, euro 14,90).