Rivi, il prete massacrato dai partigiani

Ieri a Modena si è sfarinato un altro pezzo di quel muro invisibile che in Italia perfino alla Chiesa ha imposto il silenzio. Nella chiesa di Sant’Agostino l’arcivescovo di Modena, monsignor Benito Cocchi, ha aperto il processo di beatificazione per Rolando Rivi, il seminarista trucidato dai partigiani comunisti perché si rifiutò di ripudiare la sua fede il 13 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra. Al termine del processo avremo non solo un santo in più, ma anche il primo martire cristiano, riconosciuto come tale, della ferocia comunista nel nostro Paese.
«È la prima volta che la Chiesa si occupa ufficialmente di quell’omicidio compiuto in odio alla fede», ha detto Lorenzo Fiorentini del Comitato nato per chiedere la beatificazione di Rolando Rivi. «La sua fama di santità non solo si è mantenuta solida in sessant’anni - spiega monsignor Cocchi - ma si è rafforzata fino a superare i confini della diocesi di Modena, e d’Italia, diffondendosi anche in Brasile, Argentina e in Paesi non cattolici come l’Inghilterra».
Rolando Rivi era di San Valentino di Castellarano, provincia di Reggio Emilia. Aveva 14 anni quando a Monchio di Palano, in quel di Modena, i partigiani rossi lo uccisero sull’orlo della fossa che gli avevano fatto scavare. Un colpo al cuore e uno alla nuca. Era entrato a 11 anni nel seminario di Marola. Nel ’44 i nazisti avevano occupato il seminario e tutti i seminaristi erano stati mandati a casa. Nella zona era già cominciato lo stillicidio delle uccisioni di preti, ripartite con una certa equità tra nazifascisti e formazioni comuniste. Ma Rolando non ne volle sapere di lasciare la tonaca. «A nulla servirono le insistenze dei genitori» racconta don Cammellini, l’anziano curato che conserva ricordi lucidi di quei momenti: «Lui rispondeva: “Non ho paura, non voglio nascondermi. Io sono del Signore”».
Durante le feste della Pasqua ’45 Rolando Rivi prese parte a tutte le funzioni religiose. Il 10 aprile, dopo la messa passò a casa a prendere i libri per andare a studiare nel boschetto di Monchio. A casa non lo videro più. I familiari nel bosco trovarono solo i libri con un biglietto: «Non cercatelo: viene un momento con noi partigiani». La sua agonia durò tre giorni. La raccontò più tardi un giovane partigiano che aveva cercato di opporsi. Rolando fu picchiato, gli chiesero di sputare sul crocefisso e di togliersi la tonaca. Rifiutò. Gliela strapparono di dosso, ne fecero un pallone e ci giocarono a calcio. Dopo aver scavato la fossa, Rolando chiese di poter inginocchiarsi e di pregare per i suoi genitori. Lo uccisero così, mentre pregava.
Dal 31 ottobre scorso questa pagina di storia è ricordata nell’editto con cui il vescovo ha annunciato l’inizio del processo di beatificazione. A parte i miracoli che gli vengono attribuiti, per Rolando non dovrebbe durare a lungo il processo di beatificazione basato «sul martirio». Le prove sono tutte nella sentenza, laicissima, con cui nel 1952 la Corte d’assise d’appello di Firenze ha condannato i suoi carnefici.
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