La rivincita del licantropo, il vero «travet» dell’orrore

In ogni settore dell’esistenza ci sono i privilegiati e quelli che, come dire, devono sudarsi la pagnotta a colpi di bassa manovalanza. Nel settore delle creature infernali, ad esempio, il vampiro, soprattutto negli ultimi tempi, si è ritagliato un ruolo da star incontrastata.
Insomma, diciamocelo: è belloccio, è tormentato, se ti morde ti fa due buchini educati sul collo e ti regala una vita di tenebre (ma eterna)... Niente a che vedere con il licantropo che del bestiario demoniaco rappresenta il vero proletario. Nella vulgata è irsuto, privo di qual si voglia controllo, se ti morde ti fa a brandelli e poi per la maggior parte del tempo resta un gran sfigato... solo in quei giorni là, quando la luna è piena, è in grado di arrecare danno. E per di più, in modo ferino, senza classe. Detto questo, ecco spiegato perché di romanzi, di film e di saggi sui vampiri ne spuntano a tonnellate. E ai «versipelle» - nome latinizzante dei mannari - restano solo le briciole (nessuna vera star ha voglia di recitare sotto una maschera pelosa).
Eppure la storia dei «luponari» (così li chiamano in Sicilia dove pare spuntino dappertutto) è molto più nobile e antica di quella dei vampiri e anche più sensatamente collegata alla psicologia e alla psichiatria. Per rendersene conto basta sfogliare due volumi, uno appena arrivato in libreria l’altro in arrivo tra breve, che colmano bene il vuoto culturale relativo al licantropo. Il primo è Storia dei licantropi di Luca Barbieri (Odoya, pagg. 380, euro 20), il secondo Uomo Lupo di Robert Eisler (in arrivo da Medusa).
Leggendo Storia dei licantropi, che ha la prefazione di Valerio Evangelisti, si ottiene un quadro completo sulla nascita del mito degli uomini che, volenti o nolenti, «imbestiano». Si va da un capitolo 1, ovvero «Morfologia del licantropo», dove si impara tutto sulla storia dei mutaforma (in Africa, ad esempio, si cambia canide: gli stregoni preferiscono mutarsi in iene) sino ad arrivare all’appendice, ossia «Il licantropo nell’immaginario odierno», che contiene anche una filmografia aggiornata per chi non si accontenta di libri e fumetti. Nel mezzo si incontrano i guerrieri «ulfhedhinn», o «berserker», della mitologia nordica che si trasformavano in belve della guerra grazie a un beverone druidico; o il mito romano delle magiche cinture di pelle animale che trasformavano in feroci mostri i loro possessori.
E la luna piena? E le famose pallottole d’argento che dovrebbero fermare i licantropi? Tutta roba recente e cinematografica, miti moderni che hanno oscurato tradizioni molto più antiche e realistiche. Sì, realistiche: perché in quei beveroni che spesso sono al centro delle antiche leggende ci finivano quasi sempre la segale cornuta o altri allucinogeni, come l’amanita muscaria, che rendono facilissimo, per chi le assume, provare la sensazione di «imbestiare». Tant’è che già Galeno spiegava che nessuno può davvero diventare un lupo: «Coloro i quali vengono colti dal morbo, chiamato lupino o canino, escono di notte nel mese di febbraio, imitano in tutto i lupi o i cani, e fino al sorgere del giorno di preferenza scoprono le tombe. Tuttavia si possono riconoscere le persone affette da tale malattia da questi sintomi: sono pallidi e malaticci d’aspetto, e hanno gli occhi secchi e non lacrimano... È opportuno invero sapere che questo morbo è della specie della melanconia». Ma questa melanconia ha comunque provocato più di un morto. Nel Gévaudan, una regione agricola della Francia, furono almeno 112 le persone ammazzate tra il 1764 e il 1767. E sono in tanti a credere che dietro gli omicidi ci fosse una sorta di serial killer che amava travestirsi da animale.
Ma se nel caso del Gévaudan o della strana bestia che imperversò nel milanese correndo l’anno 1792 non si hanno certezze, fra le vicende raccontate da Luca Barbieri c’è anche il caso di Peter Strubbe che nei pressi di Colonia massacrò e cannibalizzò, nell’anno 1589, un numero imprecisato di contadini (sedici le vittime accertate). Stubbe credeva davvero di essere un uomo-lupo e dopo la sua esecuzione (conficcarono la sua testa su un palo vicina a quella di un lupo) gli fu dedicato il bestseller Biografia di un Licantropo. Il libro fece in modo che se ne convinse mezza Europa. Ed è in quest’ambito che il saggio di Robert Eisler (1882-1949), scrittore dai multiformi interessi e allievo di CaJung, fornisce gli spunti più interessanti. La licantropia infatti è lo specchio mitico-popolare che riflette il prorompere di tutta una serie di pulsioni come il sadismo e il masochismo. Eisler, in questo studio mai pubblicato prima in italiano, analizza tutto questo in senso “alto”, legando la psicologia alla storia e rendendo conto del motto di Thomas Hobbes: Homo homini lupus. E se la ricerca antropologica del libro ha come filo rosso lo studio della violenza e dell’aggressività umana, la documentazione usata è talmente ampia da trascendere i vincoli di una singola disciplina scientifica.
Insomma, il vampiro sarà trendy ma il licantropo ci racconta molto di più: è la nostra faccia nascosta, quella di cui abbiamo davvero paura. Per rubare le parole a chi ha una penna migliore (Pietrangelo Buttafuoco, che ha appena scritto Il lupo e la luna): «Non dovete aver paura del lupo, perché voi siete il lupo».