Rivolta curda in Turchia 16 vittime e 350 arresti

Marta Ottaviani

da Istanbul

Il cessate il fuoco era finito da un pezzo, ma un’ondata di violenza così Diyarbakir e la Turchia dovevano ancora vederla. Sette giorni di proteste, 16 morti, 350 arresti, due esplosioni a Istanbul nel giro di poche ore e una tensione crescente che potrebbe estendersi anche ad altre aree del Paese. In quel Kurdistan di cui nessuno parla e di cui tutti in Turchia negano l'esistenza. Ma che dopo questa settimana di sangue è diventato il problema più urgente nell’agenda di Recep Tayyip Erdogan e del suo governo.
Tutto comincia il 26 marzo scorso, quando 14 militanti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) vengono uccisi nell’est del Paese dall’esercito turco durante un’operazione militare. Due giorni dopo, il 28 marzo, durante i loro funerali per le strade di Diyarbakir si scatena l'inferno. Diyarbakir è la città del paese, assieme a Van, dove la concentrazione di curdi è più elevata: da molti viene considerata la «capitale morale» del Kudistan turco. Durante il corteo funebre alcuni giovani cominciano a lanciare molotov contro i blindati della polizia, che reagisce caricando la folla. Sulle sue strade secolari alla fine della giornata rimangono i corpi di nove innocenti, fra cui due bambini. I feriti sono a decine, tra i quali anche tre giornalisti. Ma l’ondata di violenza non si ferma. A Batman perde la vita un altro bimbo di appena tre anni e altre due vittime muoiono a Kiziltepe.
L'esercito turco si trova di fronte a un evento in buona dose inaspettato, perché non è la prima volta che nell'est del Paese che dei militanti curdi vengono uccisi nel corso di operazioni militari. Ma adesso la rivolta esplode in tutta la sua violenza e arriva in poco tempo sulle sponde del Bosforo. A Istanbul venerdì sera un uomo è morto per lo scoppio di un ordigno rudimentale. L'attentato è rivendicato dai Falchi per la liberazione del Kurdistan (Tak) ala armata del movimento separatista, responsabile anche dell'attentato a Kusadasi l'estate scorsa. Domenica sulla Taksim Meydani, decine di manifestanti vengono dispersi a forza dalla polizia, che ormai presidia tutte le aree di Istanbul considerate più a rischio. Un allarme bomba fa sgombrare un fast food sull'Istiklal Caddesi (viale pedonale per eccellenza, ndr) dove si trovavano decine di persone. Fino all'epilogo della notte scorsa. Una bomba scoppia su un autobus, nel quartiere di Bagcilar. Le vittime sono tre. Fra queste Sinem Özkan, una ragazza di 18 anni, che si sarebbe sposata in maggio.
Una spirale di odio e di terrore che ha riportato il problema curdo drammaticamente alla ribalta. Adesso il timore delle autorità di Ankara è che nel Paese possano nascere altri focolai di protesta. Se a Diyarbakir, infatti, la situazione sembra essere finalmente rientrata, a Sanli Urfa, città vicina al confine con la Siria, ci sono stati duri scontri tra manifestanti e polizia, che non ha usato la mano pesante per evitare il degenerare della situazione.