La rivolta dei critici ebrei in America: «Smettiamola con i film sull’Olocausto» Negli Usa escono cinque pellicole sulla Shoah. «Time» e «New York Times» le stroncano: giusto ricordare i lager, ma evitiamo di specularci sopra

BENIGNI Nelle recensioni è sotto accusa «La vita è bella»: le sue conseguenze sono state devastanti

New YorkI critici americani sono tutti d’accordo: basta con le pellicole sull’Olocausto. Mentre nelle sale Usa in questa stagione natalizia escono ben cinque film dedicati al genocidio perpetrato nei lager nazisti, i critici delle maggiori riviste americane - dal settimanale Time al Village Voice, da The Nation al New York Times - lanciano l’allarme. I nuovi film sulla soluzione finale di Adolf Hitler rischiano di trasformare la Shoah in un trend cinematografico quasi umoristico. Usando espressioni come «il canale di Hitler», «Holo-kitsch» e persino «Holocaust porn», i critici, quasi tutti ebrei, dichiarano che è necessaria una moratoria sul cinema della memoria. Poiché quest’ultima rischia di venire distorta da Hollywood, troppo generosa nell’inserire fantasia e fiction nel genocidio, con copioni che mescolano l’orrore a ingredienti spesso necessari, secondo i dettami per i film di successo, - dal sesso alle battute umoristiche e i particolari surreali -. E i critici adesso ammettono anche che La vita è bella, il film da Oscar di Roberto Benigni, è stato il primo a trasformare i lager tedeschi da soggetto a genere cinematografico. Con conseguenze, a loro parere, devastanti.
Nelle sale americane adesso arriva Defiance del regista Edward Zwick, la storia (vera) di tre ebrei che riescono a fuggire da un campo di concentramento polacco e si nascondono nelle foreste della Bielorussia. E perfino Zwick (regista di Glory, Courage under fire e Blood diamond) ha scritto sul New York Times di essere stato lì lì per rinunciare al progetto: «Sentivo anch’io una certa stanchezza psicologica per i film dell’Olocausto, e scossi la testa dicendo, “Oh, no, non un altro progetto sulla Shoah”, ma la sceneggiatura era così splendida che decisi di firmare il contratto».
Seguono The boy in a striped pajamas (con la regia di Mark Herman) nel quale Bruno, il figlio di otto anni di un nazista, diventa amico di un coetaneo ebreo conosciuto attraverso il filo spinato di un campo di concentramento; in The reader (regia di Stephen Daltry) Ralph Fiennes, uno studente di legge che aveva avuto una scottante love story con una donna più vecchia di lui durante la Seconda guerra mondiale, la incontra nuovamente nei panni dell’avvocato, in tribunale, dove lei si deve difendere dalle accuse di atroci crimini nazisti. Altro film sulla Shoah è Adam Resurrected, la storia di un acrobata del circo (Jeff Goldblum) il quale, dopo essersi salvato miracolosamente dalle camere a gas, dedica la sua a salvare gli ebrei. E infine risale le classifiche dei botteghini anche Valkyrie, tratto dall’attentato contro Hitler compiuto dal colonnello Von Stauffenberg, interpretato da un Tom Cruise che risplende tra le divise delle Ss e il mondo - allora vincente - delle croci naziste.
Il primo a chiedere la moratoria dei film sull’Olocausto è stato il critico di The Nation, Stuart Klawans. «Come molti altri ebrei anch’io - ha scritto il giornalista - negli anni Ottanta ero a favore di pellicole coraggiose come Schindler's list. Quando mi chiesero di quanti film sullo sterminio ebraico avesse bisogno la nuova generazione per non dimenticare, risposi “Potremo fermarci a sei milioni, uno per ogni vittima”. Ma adesso abbiamo esagerato. Questi film rischiano di inventare un passato che non è mai esistito. E per ricordare la vera storia della Shoah presto dovremo dimenticare questi film». Il critico ha proseguito: «Molti produttori ebrei speravano che il resto del mondo, vedendo queste storie della nostra tragedia, avrebbero pianto dicendo, “Poveri ebrei! Prendetevi quella fetta di terra in Medio Oriente a andate a vivere in pace”. Ma nell’orrore dei miei confratelli nessuno sta venendo in nostra difesa. Ricordo ancora la storia di una scuola di bambini neri che anni fa portò i ragazzini a vedere Schindler's list per insegnare loro la storia del nostro genocidio. Ma gli scolari al cinema scoppiarono a ridere».
Lo asseconda, sul Village voice, un’altra critica ebrea, Ella Taylor: «Chiedo una moratoria sul cinema dell'Olocausto!» ha scritto, mentre anche il produttore Harvey Weinstein, che solo un anno fa aveva scritto sul New York Post che «i nostri figli devono essere continuamente educati sull'Olocausto», adesso si dice d’accordo sulla «fatica» da film sui lager.
Prosegue nella richiesta, sul settimanale Time, anche Richard Schickel nella sua recensione del quinto film sulla tragedia nazista, Good, in cui lo scrittore John Halder (Viggo Mortensen) viene lentamente reclutato dai nazisti. Aveva scritto un libro sull’eutanasia che il Terzo Reich vuol trasformare in una Bibbia per l’eliminazione delle «etnie inferiori». Lui si lascia trascinare e, poco per volta, si ritrova invischiato nell’orrore dei lager tedeschi, mentre Hitler fa di lui un eroe, elegante nella sua uniforme da Ss, risposato con una donna molto più giovane e attraente della sua prima e fedele moglie. Una metafora, dicono in molti, per questi film sull’Olocausto, ai quali il critico del Time dà la botta finale, scrivendo: «Usciamo da queste sale cinematografiche frustrati dall’insuccesso dei registi di scuoterci l’anima. Chiedo una moratoria cinematografica, un silenzio rispettoso, ricco di ricordi, che non venga risvegliato, un paio di volte all’anno, da queste pellicole prodotte solo per far soldi».