La rivolta ungherese e le colpe del Pci

Giancarlo Lehner

Dal 23 ottobre sino all’8 novembre, bisognerebbe divulgare tutto ciò che gli archivi ci hanno disvelato sull’invasione sovietica dell’Ungheria.
Ebbene, gli archivi parlano italiano, ponendo il Pci ed il suo leader, Togliatti, tra i massimi responsabili dell’intervento militare e della conseguente repressione: arresti in massa e strage di circa centomila patrioti magiari.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla luce del documento che citerò, non potrà più limitarsi a dire «Nenni ebbe ragione», dovendo, invece, aggiungere: «Togliatti si comportò, come altre volte, da criminale stalinista».
Nella risoluzione della presidenza del Cc del Pcus (31 ottobre 1956, verbale «assolutamente segreto», N. P49/69), quella che dà il via all’attacco armato contro l’Ungheria, si discute di un telegramma di Togliatti al Politburo. Il testo del telegramma, a Mosca non è stato possibile rinvenirlo - magari i depositari degli archivi italiani del Pci potrebbero finalmente farcelo conoscere -, tuttavia, la risposta dei sovietici fa capire perfettamente quale fosse il tenore del messaggio del segretario del Pci: intervenite subito con le armi, altrimenti per noi comunisti è la fine.
Togliatti, insomma, appoggiando la linea dura degli stalinisti ed isolando i trattativisti Mikojan e Krusciov, nonché Gomulka e Tito ostili alla soluzione militare, chiese l’azione di forza.
Secondo Togliatti e gli altri stalinisti, le rivelazioni di Krusciov sui crimini di Stalin al XX congresso (14-25 febbraio 1956) avevano innescato le rivolte popolari, prima in Polonia (Poznan, 25-28 giugno 1956, dove gli operai in sciopero furono repressi a fucilate, con oltre 50 morti); quindi, quella magiara del 23 ottobre 1956.
Il telegramma fu scritto in concomitanza con la notizia (30 ottobre), che il premier ungherese, Imre Nagy, intendeva tornare alla democrazia pluralista.
Ecco il testo della risposta dei vertici del Pcus a Togliatti:
«Siamo con Lei nell’analisi della situazione ungherese e nel giudizio, secondo cui il governo magiaro sta imboccando una direzione reazionaria. Secondo le nostre informazioni, Nagy fa il doppio gioco e si trova sempre più sotto l’influsso delle forze reazionarie. Sono infondate le Sue amichevoli preoccupazioni riguardo l’eventualità che nel nostro partito possa indebolirsi l’unità della direzione collettiva. Con assoluta consapevolezza possiamo assicurarLe che, anche tra le complesse e difficili congiunture internazionali, la nostra direzione collettiva interpreta unitariamente la situazione e prende all'unanimità le decisioni necessarie».
Del resto, quale fosse la posizione di Togliatti, lo si evince facilmente sia dal commento dopo l'invasione del 4 novembre («Noi avremmo dovuto criticare i sovietici, se non fossero intervenuti»), sia dal suo appoggio incondizionato alla condanna esemplare di Nagy, che, infatti, per la soddisfazione di Togliatti, fu impiccato (16 giugno 1958).
Il leader del Pci fu accontentato anche sui tempi, avendo chiesto di non far coincidere le esecuzioni con le elezioni politiche italiane (25 maggio 1956).
L’anno dopo, Togliatti si macchierà di un altro delitto: nel novembre 1957, il filosofo György Lukàcs, uno dei mostri sacri dell’intelligencija comunista, chiede aiuto ad amici italiani, perché spingano il Pci ad un intervento umanitario a favore di scrittori magiari condannati a pesanti pene detentive.
Togliatti, subito informato, corre da Jànos Kàdàr, nuovo dittatore ungherese, non per aiutare gli intellettuali in galera, ma per denunciare Lukàcs come delatore controrivoluzionario.
Siccome tutto si paga, Krusciov, che era stato fortemente delegittimato dai veleni di Togliatti, forse, si vendicò in quel di Yalta, dove nell’agosto del 1964 Togliatti perse la vita per cause mai veramente chiarite.
Comunque sia, l’indimenticabile 1956 insegna, anche al presidente Napolitano, che è ora di affrancarsi dalla triste etichetta di togliattiano.