La rivoluzione che ha cancellato i diritti dei bimbi

Bruno Fasani

L’adozione di un bambino da parte di due uomini gay spagnoli, regolarmente sposati, segna l’ovvio compimento della rivoluzione Zapatero. Era il 2005 quando, legalizzando le coppie omosessuali, dichiarava con enfasi compiaciuta: «Oggi il nostro Paese fa un ulteriore passo in avanti verso la libertà e la tolleranza». In realtà è difficile pensare ad un caso spagnolo come a una questione locale. Ciò che in Italia raccontiamo con malcelato stupore è il frutto più evidente di quella rivoluzione sessuale, che si sta verificando in Occidente da trent’anni a questa parte. È vero che le applicazioni pratiche risentono di diverse sensibilità politiche, culturali e religiose, ma il dato di fondo rimanda a un comune denominatore, dalle cui premesse deriva quello che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. Una rivoluzione che è consistita nella privatizzazione della dimensione affettiva e sessuale. Con l’introduzione generalizzata delle leggi sull’aborto e sul divorzio è avvenuto un radicale mutamento culturale. La famiglia e la procreazione hanno cessato d’essere temi socialmente rilevanti, per ridursi a puro affare privato. È come se lo Stato avesse consegnato due chiavi, con cui il cittadino può gestire tutti i problemi inerenti la propria vita affettiva e le sue ricadute.
Dietro i grandi canti di vittoria si decretava, di fatto, la fine della famiglia come bene pubblico e sociale, lasciando allo Stato il compito di notaio, intento esclusivamente a prendere atto di ciò che il cittadino liberamente decideva. Si è trattato di una rivoluzione culturale, che avrebbe prodotto, a cascata, tutta una serie di modificazioni sostanziali. I diritti sociali lasciavano sempre più spazio a quelli individuali mentre, sul piano del costume, ognuno reclamava il riconoscimento del proprio sentire individuale. L’idea di bene perdeva il carattere di oggettività a vantaggio di una concezione soggettiva e poliforme. La domanda, partendo dal caso spagnolo, a questo punto ci porta su due fronti. La prima riguarda il bene oggettivo di un bambino. Davvero una coppia di uomini o di donne è in grado di garantire quell’armonia e completezza formativa, che normalmente dovrebbe garantire una coppia eterosessuale? Sento già le obiezioni che ho sentito tante altre volte: se un bambino soffre perché senza genitori, tanto vale affidarlo ad una coppia gay. Altro argomento: ci sono tante famiglie dissestate e bambini che vivono in situazioni di sofferenza. Perché due omosessuali dovrebbero garantire meno amore rispetto a queste situazioni? A quest’ultima considerazione bisognerebbe rispondere che non si possono creare nuovi disagi, giusto per il fatto che i bambini li soffrono anche altrove. Il punto di partenza è il diritto alla felicità di ogni bambino che esige, se mai non sia retorico ricordarlo, l’urgenza di ripristinare la tenuta della famiglia eterosessuale come condizione fondamentale per una sana ecologia sociale. La politica, prima di dare risposte economiche, deve dare indirizzi culturali, andando a definire in maniera non equivoca cosa sia famiglia e cosa non lo sia. Se non ci si pone in questo orizzonte saranno sempre i desideri degli adulti a tenere banco sul piatto delle rivendicazioni legislative, piuttosto che la preoccupazione di dare risposta ai diritti dei minori.
Personalmente sono poi indignato dal silenzio di tanta scienza circa la ricaduta psicologica di un’educazione gestita da due «genitori» dello stesso sesso. Chi ha una qualche infarinatura minima di queste discipline, sa quanto inchiostro è stato versato per richiamare la differenziazione del ruolo paterno e materno nell’evoluzione psicologica di un bambino. Il complesso di Edipo, la «morte» del padre, il ruolo femminile e maschile non sono invenzioni bibliche. Sono piuttosto l’osservazione di quel processo di natura, sì proprio di quella natura che si vorrebbe piegare alle variabili culturali, che esige una adeguata ecologia applicativa, se non vogliamo ritrovarci con il «clima delle coscienze» improvvisamente impazzito.