La rivoluzione «latina» dell’arte gotica

Cimabue, Giotto, Duccio: dalla ieraticità bizantina a un mondo nuovo e «umano» di forme, spazi e colori

Cristi e Madonne che scendono dal «piedestallo» per accennare i primi gesti umani, i primi impercettibili sorrisi. Figure non più bizantine, ma gotiche. Non più greche, ma latine. Lo spiega bene Cennino Cennini nella celebre frase del suo Trattato a proposito di Giotto: «Rimutò l’arte del dipingere di greco in latino, e ridusse al moderno; et abbe l’arte più compiuta ch’avessi mai nessuno».
Ma Giotto era solo il momento d’arrivo, o meglio l’importante snodo di un percorso che partiva da lontano e aveva manifestato i primi segni in Cimabue, grande e sfuggente maestro, vissuto nella seconda metà del Duecento. A lui si devono i suggestivi modelli di Maestà con Madonne in trono circondate da angeli, la testa un po’ inclinata, la mano che indica il Bambino con un moto di affetto, e di Crocifissioni con Cristi corposi, contorti dal dolore.
Formato nell’ambiente romanico fiorentino, Cimabue, pittore e mosaicista, lavora a Roma, a Pisa, ad Assisi, con una schiera di collaboratori che si spostano con lui. È uno dei primi ad affermare i concetti di forma, volume, spazio di immagini sino allora appiattite sui legni o sui muri. Emblematici il grande Crocifisso della chiesa di San Domenico ad Arezzo, con un corpo solido che si stacca dalla croce, o la Maestà degli Uffizi, per la chiesa fiorentina di Santa Trinita, che riprende il tipo della Madonna bizantina «odegítria», ma lo anima con gesti ed espressioni, articolando nello spazio il grande trono che emerge dal fondo oro. L’immagine celeste sta scendendo sulla terra, si fa umana e persino i piedi di Maria non sono più paralleli, ma appoggiati su due gradini diversi. Piccoli segni, ancora immersi in un sostrato bizantino, che indicano però una grande rivoluzione, il passaggio dal «romanico» al «gotico», un periodo considerato barbaro nel Rinascimento, perché anticlassico, in realtà fortemente innovativo.
Ad Assisi accanto a Cimabue, lavorano probabilmente il senese Duccio e il giovane Giotto, altri due grandi pittori, con cui ci sono incroci e affinità di schemi, ma linguaggi diversi. Cimabue è spartano, quasi ruvido, Duccio, primo dei grandi pittori senesi, raffinato, sinuoso e prezioso nelle linee di contorno, ancora affascinato dagli stilemi bizantini, ma teso verso le novità gotiche d’oltralpe. La gigantesca tavola con la Madonna Rucellai, degli Uffizi, ordinatagli dalla compagnia dei Laudesi per la chiesa fiorentina di Santa Maria Novella, realizzata nel 1285, è così simile a quelle di Cimabue da essere stata attribuita per anni al fiorentino, nonostante l’atto di commissione a Duccio. Ma, a guardarla bene, è diversa con i suoi fini dettagli, tessuti preziosi, volti delicati trattati con una tecnica quasi miniatoria, il trono drappeggiato, dorato e intriso di luce.
Giotto, pittore, architetto, scultore, direttore di grandi cantieri, è ancora più innovatore. L’elegante Crocifisso della chiesa fiorentina di Ognissanti, la bellissima Madonna di San Giorgio alla Costa, gli affreschi padovani, raccontano con che attenzione guardasse alla realtà all’inizio del Trecento, descrivendo con nuovo occhio il suo mondo, ricco di spazi, volumi, dettagli naturalisti e umanità nuovi. Che Giotto aprisse alla modernità, i contemporanei lo avvertono subito. Dante, ad esempio, nella famosa terzina del canto XI del Purgatorio, ne sottolinea la superiorità rispetto al maestro Cimabue: «Credette Cimabue nella pintura/ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,/ si che la fama di colui è scura». E Giovanni Villani, qualche anno dopo la morte l’8 gennaio 1337, lo definiva nella sua Nuova cronica «il più sovrano maestro stato in dipintura che si trovasse al suo tempo, e quegli che più trasse ogni figura dal naturale».
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