ROBERT GREENE «Vi insegno la legge del più debole»

«Tutti mentono», ripete il doctor House, uno dei cinici beniamini televisivi contemporanei. Tutti mentono, sembra ripetere il 48enne Robert Greene, uno dei (cinici?) beniamini dello show business contemporaneo. Solo che Greene si è posto anche il problema di come difendersi dall’ipocrisia. E ha sfornato ben due volumi di regole supreme, che in teoria permettono anche al più imbranato di noi di conquistare il controllo delle situazioni. Il primo, Le 48 leggi del potere (Baldini&Castoldi, 1998) gli ha fruttato 800mila copie vendute negli Usa e circa un milione in tutto il mondo, dove è stato tradotto in oltre venti lingue (compreso l’arabo, ma escluso il francese. Misteri del marketing editoriale).
Il secondo, Le 33 strategie della guerra, in libreria da pochi giorni (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 612, euro 22), promette bene, visto che il nostro ha appena avuto l’onore di un servizio coi fiocchi da parte del New Yorker, blasonata rivista dell’East Coast, che per un losangelino qual è Greene vale doppio. La rivista lo qualifica come il nuovo guru delle community dello spettacolo, specie quelle hip hop, vale a dire quelle formate soprattutto da neri, provati da un’infanzia infernale e da una gioventù bruciata, che ora hanno fatto milioni di dollari vendendo canzoni piene di regole su come diventare i duri che iniziano a giocare quando il gioco si fa duro.
Scordatevi i manuali fast food tipo Chi ha spostato il mio formaggio? o le innumerevoli Leggi di Murphy e scordatevi anche che Greene si sia applicato per anni a trasformare Machiavelli e qualche centinaio di altri pensatori e strateghi di tutti i tempi, dal mondo classico a quello cinese a quello «illuminato» occidentale soltanto ad uso di una ristretta fascia di manager in carriera, operatori finanziari e candidati a presidenze. Greene è uno che ha lasciato Berkeley per il Wisconsin, dove ha preso la laurea in studi classici, perché la cultura hippie l’aveva «scocciato». Inutile dire che la sua ambizione vola molto alta. Quando il suo collaboratore, coautore e scopritore, il grafico editoriale Joost Elffers, gli disse qualche anno fa che in libreria la sezione giusta per i suoi volumi era «Business» ha storto la bocca, nauseato. Greene aspira per sé all’eternità cui si ispira per i suoi libri, «o almeno ad una duratura e lucrosa permanenza nella lista dei bestseller Penguin’s». Secondo lui le sue opere non hanno tempo, né luogo e sono valide in tutte le culture, perché in esse si concentrano tre millenni di saggezza umana. Un volto sornione ma a suo modo affascinante, un fisico modellato da ore di metodo Pilates (ma lui non lo fa mica per moda: deve correggere un problema alla spina dorsale) e una voce ancora più affascinante, ci ha confessato, alle otto del mattino (ora di Los Angeles) che persino lui, a volte, si sente «sotto esame con le regole dei miei libri: cerco di seguirle, ma non ce la faccio sempre e quando ci riesco, mi complimento con me stesso».
Ma se le regole non sono scritte a fuoco nel suo cuore, come le è venuta l’idea per i suoi libri, Mr. Greene?
«Ho lavorato a Hollywood per dieci anni come star developer e sceneggiatore. E intanto leggevo Machiavelli. A Hollywood di potere non parla mai nessuno, ma in realtà è l’unica cosa che interessi a tutti: il controllo, la manipolazione, le manovre. A metà degli anni Novanta ero uno dei creativi coinvolti nella nascita di Fabrica, la creative factory di Luciano Benetton e Oliviero Toscani. E anche lì, era solo il potere a contare: riunioni interminabili, disaccordi sanguinosi su che cosa significasse essere liberali o di sinistra. Ma era tutta politica. Ci si parlava dietro le spalle regolarmente e si rimaneva isolati in un attimo. Si parla di sesso, di denaro, tutto è stato sdoganato. Tutto tranne il desiderio di potere e di conseguenza, di guerra. Così ho deciso di scriverne le regole».
Da che cosa deriva questa vergogna? Ha radici storiche?
«Ha radici naturali, prima ancora che culturali. Siamo animali che lottano per il predominio. Oggi ce ne vergogniamo perché abbiamo messo la maschera del politically correct. Amore e correttezza. Democrazia e bene per il prossimo. Davanti, l’ambientalismo alla Al Gore e dietro una serie infinita di interessi politici. Gli umani hanno bisogno di avere il controllo gli uni sugli altri. E se non riescono ad assicurarselo direttamente, ci provano con la manipolazione intellettuale. A questo punto il problema del potere diviene una questione strategica».
E il denaro?
«Il denaro non conta nulla. Il mondo è pieno di persone con un sacco di soldi e prive di potere. L’avidità è uno dei più grandi ostacoli alla conquista del potere».
Lei ha nel suo curriculum ottanta lavori diversi. Che cosa le hanno insegnato?
«Che il talento e l’abilità non hanno alcun peso. Quel che conta è la politica, intesa come capacità di saper trattare con la gente. In ogni tipo di situazione sociale e dunque in particolare nel lavoro».
E che ci dice del genio?
«Anche i geni devono capire il gioco del potere. Michelangelo aveva capito il papa ed era a suo modo un cortigiano. Guardi Edison e Tesla: Tesla era un genio, Edison era soltanto intelligente. Tutti si ricordano di Edison. Con il genio non si va lontano. Gli uomini sono creature sociali. Non possono vivere nell’isolamento. I geni che non capiscono la politica sono infelici. Tranne forse i violinisti».
E lei che cosa si sente? Un intellettuale? Uno scrittore? Uno stratega?
«Non mi piacciono le etichette. In America gli accademici e gli intellettuali vivono in un mondo a parte. Non capiscono la gente e la gente non li capisce. Io voglio leggere Nietzsche ed essere coinvolto nella vita vera».
Non crede che i suoi libri siano il risultato di un pensiero europeo applicato a uno stile di vita, e di affari, americano?
«A vent’anni ho girato tutta l’Europa, a lungo, a fondo. All’università mi occupo di lingue straniere. Perciò forse quel che dice è vero. Ma io mi sento molto americano. E vorrei bridge the gap (creare un ponte) tra i due mondi. Un ponte anche con l’antichità. I greci e i romani erano grandi esperti di potere ma avevano un grande vantaggio rispetto a noi: pensare era un piacere, tutto era sensuale. Perché tutto era nuovo. Come spiega Calasso nelle Nozze di Cadmo e Armonia, il mondo era fresco, era impossibile non essere eccitati, intensi. Noi siamo stanchi, esausti. Dovremmo tornare bambini, in quel senso».
Come ha fatto a conquistare una comunità diffidente come quella dei rapper?
«Prima le ho parlato degli squali di Hollywood. Il mondo della musica è anche peggio. È una pagina del Padrino scritta da lui in persona. I cantanti che hanno avuto successo negli anni Ottanta e Novanta cominciano a capire ora che non hanno alcun controllo sul proprio lavoro. Perciò ora vogliono creare le proprie etichette, diventare persone d’affari, capire la brutalità del mondo in cui operano come artisti. I miei libri li aiutano molto».
Qual è la regola numero Uno, quella trasversale a tutte le altre?
«Ci sto lavorando, sarà l’oggetto del mio prossimo libro. Al momento le posso dire: “Focalizzarsi sull’obiettivo, con il massimo del distacco da se stessi”. Le nostre personali emozioni colorano il mondo: bisogna controllarle, sempre. Prenda la guerra in Irak. Io all’inizio ero contrario. Ma non per motivazioni politiche, bensì strategiche. Era una guerra emotiva, una vendetta per il 9/11. Non c’era niente di razionale e non si riusciva a vedere l’Irak per quello che era. Era tutta una proiezione. Cheney e Rumsfeld erano controllati dalle proprie emozioni. Deve essere il contrario».
Chi ha realmente il potere oggi?
«Google. I nuovi media. Ma siccome il mondo è diventato complicato e caotico, direi in generale persone e Paesi fluidi. Non statici, non bloccati. Ad esempio, tra uomini e donne, le donne».
Quindi saranno le donne a prendere il potere in futuro?
«Assolutamente sì».
Ma nel dirlo, Mr. Greene ride. D’altra parte sta parlando con una donna, perciò mi viene in mente la sua regola n. 27: «Sfruttate il bisogno di credere degli altri per crearvi un seguito carismatico». Tutti mentono? È una bugia.