Roberto Bolaño poeta d’avanguardia in fuga da Pinochet

«Sono fondamentalmente un poeta. Ho iniziato come poeta. Da sempre ho creduto - e continuo a farlo - che scrivere prosa sia un atto di cattivo gusto». Di questo è sempre stato convinto Roberto Bolaño: lo scrittore cileno che (ironia della sorte) nessuno conosce come poeta ma tutti come autore di romanzi (da 2066 a Detective selvaggi) diventati di culto in tutto il mondo.
Oggi Bolaño è una lettura imprescindibile, fiore all’occhiello nelle librerie di qualsiasi intellettuale o lettore radical chic. Un successo, postumo, che forse non avrebbe apprezzato: lui che la fama letteraria l’ha inseguita non per conquistare le copertine dei magazine patinati, ma per condividere una visione del mondo che non fosse un labirinto di parole. Nei suoi libri, pubblicati in Italia da Sellerio (che l’ha scoperto) e da Adelphi, il confine tra prosa e poesia è sempre molto sottile. Perché Bolaño, nato a Santiago del Cile nel 1953 e morto a Barcellona nel 2003, è stato soprattutto un poeta. Eppure la macchina editoriale italiana (è in corso di traduzione, per Adelphi, il romanzo Il Terzo Reich) non ha ancora considerato la sua produzione in versi. Basta leggere I cani romantici, per comprendere tutta la forza e la modernità della sua poesia.
Bolaño ci racconta la vita dei «cani romantici», come erano stati ribattezzati i poeti del «realvisceralismo» o «infrarealismo»: un movimento d’avanguardia (fondato da un Bolaño appena ventenne) animato da un forte spirito contestatario nei confronti del regime di Pinochet. Tanto che lo scrittore dovrà abbandonare il Cile e riparare in Spagna. Sono anni difficilissimi, di precariato non solo esistenziale, con davanti un futuro che sentiva postumo e alle spalle «le immagini del dolore e del labirinto» di un regime dittatoriale in cui «crescere sarebbe stato un crimine». Anni che racconta anche nella raccolta di scritti giornalistici Tra parentesi (appena pubblicata da Adelphi) in cui lo scrittore si sofferma in molte pagine sulle difficoltà di un artista costretto al «mestiere di scrivere». O come ricorda anche nel suo primo e forse più originale romanzo Anversa (Sellerio): attraverso flash poetici dove tutto è frantumato tranne il sentire racconta l’anarchia dei «cani romantici», il destino dei poeti «realvisceralisti», figli delle avanguardie e in particolare del Surrealismo e del Dadaismo.
I cani romantici, che pubblichiamo nella traduzione di Ilide Carmignani grazie al mensile Vice diretto da Tim Small, è inserita in Los Perros Romanticos, antologia che raccoglie le poesie scritte tra il 1977, anno in cui Bolaño arrivò in Europa e il ’90. Inedita in Italia come anche le raccolte Tres (2000) e La universidad desconocida (2007). Nel ’79 era uscita in Messico, dove l’autore aveva vissuto tra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70, anche un’antologia che riunisce un gruppo di poeti di avanguardia dell’America Latina e che Bolaño chiamava Muchachos desnudos bajo al arcoiris de fuego: Ragazzi nudi sotto un arcobaleno di fuoco. Una definizione che sintetizza la sua opera: quella di un poeta e di uno scrittore che aveva compreso con grande anticipo come «il dionisiaco è da detestare anche se sappiamo benissimo che ha trionfato».