Rogai, la pittrice di Bacco che dipinge con il vino

Il pensiero non può che correre subito a Oscar Wilde e al Ritratto di Dorian Gray, col dipinto che invecchiava sulla tela mentre il giovane avventuriero londinese restava giovane e libero di dar sfogo alle proprie passioni. L'intuizione romanzesca è diventata realtà in Toscana, quando la pittrice fiorentina Elisabetta Rogai ha trovato il modo di dipingere utilizzando il vino anziché i colori, consentendo ai quadri di invecchiare proprio come accade a una bordolese ben conservata nel fresco di una cantina. Un'idea che l'artista ha chiamato EnoArte e che da tre anni sta facendo impazzire gli appassionati di arte e vino rigorosamente made in Italy, da Los Angeles a Hong Kong.
Come molte buone idee, anche questa è arrivata a tavola, per caso. Tutto nasce da una goccia di vino che scivola dal bicchiere e si spande sulla tovaglia, definendo una macchia informe. Da lì - da quel desiderio di imprigionare e incanalare l'anarchico fluire del liquido sulle maglie di lino - sono iniziate ricerche e sperimentazioni, culminate nei dipinti «wine-made» e nella codifica di una tecnica di pittura che usa vino rosso, ma anche rosati e passiti. Proprio perché realizzati col nettare di Bacco, i dipinti di Elisabetta Rogai cambiano colore col passare del tempo, passando dalle tonalità del vino giovane (porpora, rubino) a quelle tipiche del vino più maturo (mattone, ambra, aranciato). «Il vino esiste da quattromila anni - spiega l'artista, che alterna periodi di permanenza in Italia con mostre e performance in giro per il mondo - e sarebbe ipocrita pensare di essere stata la prima. È normale che qualcuno abbia provato a dipingere bagnando magari gli acquerelli nel vino anziché nell'acqua, lo fanno anche a scuola. Molti hanno tentato di realizzare qualcosa di duraturo, ma ogni tentativo era destinato a scontrarsi con diversi ostacoli: la densità del vino, la volatilità dell'alcol, la limitatezza della scala cromatica e la possibilità di lavorare solo su tele di piccole dimensioni». La differenza rispetto al passato è che per la prima volta il vino è usato per dipingere ritratti su grandi canvas senza necessità di mettere sotto vetro le opere per evitare che il vino sbiadisca fino a scomparire entro pochi mesi. Il rispetto con cui la pittrice si è avvicinata al vino è stata la chiave di volta: per evitare di modificare le caratteristiche del liquido, bollendolo fino a concentrarlo, è stato infatti necessario il supporto di un laboratorio di Fisica per ottenere una soluzione naturale che durasse nel tempo e fornisse una gamma di tonalità sufficiente. Elisabetta Rogai usa tele normali, un carboncino ricavato da legno di tralci bruciati per delineare il soggetto del dipinto, e vino per riempire la tela giocando coi chiaroscuri e gli effetti di luce. Nessun additivo né componente chimico. A quel punto, il vino si comporta proprio come farebbe in bottiglia, evolvendo e invecchiando fino al momento in cui viene stappato. Per evitare che questo processo si protragga senza fine, la pittrice fiorentina utilizza un sistema di fissaggio naturale, che consente ad alcune parti di invecchiare prima delle altre, dando al dipinto maggiori variazioni cromatiche, e di non sbiadire oltre un certo limite.Dopo il debutto all'Anteprima del Vino Nobile a Montepulciano e al Vinitaly di Verona, la consacrazione è stata al galà delle Great Wine Capitals (il G8 del vino) in Palazzo Pitti a Firenze, dove l'artista ha dipinto un quadro usando i vini delle otto città capitali mondiali della viticoltura. La novità ha oltrepassato i confini nazionali e nel giro di poco tempo i dipinti «wine-made» sono stati richiesti da Los Angeles a Hong Kong sia per mostre che per performance dal vivo.