Roiate, dove San Benedetto fa il San Gennaro

Una credenza vuole che il religioso di Norcia faccia trasudare gocce di sangue da un masso

Renato Mastronardi

Ancora si discute sull’origine del toponimo di Roiate, un centro agricolo arroccato tra i monti Ernici e adagiato su un suggestivo rilievo tufaceo che un poco fa da spartiacque tra i bacini del fiume Aniene e del fiume Sacco. La disputa è ancora aperta perché alcuni studiosi locali pretendono che il nome del paese derivi dall’esistenza della Fonte Roia, notissima per le sue acque oligominerali. Altri, invece, affermano che il nome derivi dal latino rubia, cioè robbia, che è una pianta da cui si estrae un colorante rosso. Più certa è la storia del piccolo paese le cui origini risalgono al IV secolo a. C. Infatti fu uno degli ultimi fortilizzi che gli equi fondarono quando ancora non erano stati sconfitti dai romani. Poi, sull’antichissimo Castrum, scese il buio più fitto. Che si diradò molto più tardi quando, a cristianesimo ormai diffuso, fu istituita la diocesi di Palestrina. Un avvenimento, questo, che meritò al paese la citazione negli statuti e nelle cronache del tempo, ma non gli risparmiò l’onere di ritrovarsi subito al centro di lunghe vertenze che si allungarono per tutto il medioevo. Attori delle lunghe e a volte perniciose questioni ci furono non solo i legali ma anche i vescovi di Palestrina e gli abati di Subiaco. E furono i monaci benedettini, nel 1270, a dare al borgo uno statuto che gli riconosceva libertà ed autonomia amministrativa. Ciò non valse a Roiate di evitare il dominio degli Angleri, protetti da Bonifacio VIII, e quello dei Barberini, imparentati con Urbano VIII. Questi ultimi, alla fine, cedettero il feudo al conte Ovidio Bovi, la cui famiglia lo tenne fino al 1790.
Da vedere. Dal punto di vista dell’architettura civile non vi sono opere di particolare rilievo. Abbondano, invece, le chiese. La più antica del paese è la Parrocchia intitolata a San Tommaso Apostolo, le cui fondamenta precedono di molto il Cinquecento. L’interno a unica navata, è imponente, ma, degli affreschi più antichi, rimangono soltanto un’Assunzione e un dipinto del Salvatore, datati 1300. Nel quadrato centrale della volta un dipinto eseguito da Francesco Giustizi figurante i santi protettori del borgo, presumibilmente del 1845. C’è poi un ampio margine dedicato alla leggenda e alla mitologia, chiamiamola così, cristiana e benedettina. Una prima testimonianza si trova nella chiesa di San Benedetto dove si venera un masso di pietra calcarea sul quale, il santo da Norcia, lasciò l’impronta del corpo dopo che vi si era steso a riposare, in occasione di una sua visita al paese colpito da una pestilenza. È credenza corrente che, un po’ come il Sangue di San Gennaro a Napoli, il giorno della festa del Santo, la pietra trasudi gocce di sudore che i locali chiamano manna. È, invece, crollata la chiesa di Santa Maria Assunta, la più antica del paese. Ne restano solo alcuni ruderi.
Da mangiare e da bere. La popolazione di Roiate, non più la maggior parte, è dedita alle attività agricole, pastorali e artigianali. Tra i prodotti agricoli sono pregiati il vino e l’olio. Sopravvive la pratica dell’allevamento. Soprattutto degli abbacchi, che sono agnelli appena slattati e dei quali «non si butta niente». Si mangia tutto, testa e interiora comprese. Ma non mancano altre succulenti varietà: polenta e salciccia, l’intingolo di lumache e le bistecche di agnellone. Attenti al vino: è di rigore il robusto Rosso Cesanese.