«Roland Garros 1959, entrai nella storia ma non lo ricordo più»

Cinquant’anni fa Nicola Pietrangeli vinceva Roland Garros e io gli ho chiesto di raccontarmi cosa accadde in quel lontano 1959.
«E... che doveva succedere? Ho vinto!».
L’affermazione potrà far sorridere, però Nicola è fatto così! Cinquant’anni sono tanti e lui, sfoggiandoli con invidiabile indifferenza ne compirà 76 l’11 settembre, data che definisce da megalomani: «Ti pareva che uno come me riuscisse a venire al mondo in un giorno qualunque? No! La data doveva coincidere con l’evento più catastrofico del secolo scorso: il crollo delle Torri Gemelle!». Nella sua lunga vita Nicola non ha ancora trovato il tempo per guardarsi indietro.
«Ho sempre avuto orrore di trasformarmi in un reduce di guerra. Sai quei tipi che ripetono a memoria tutti i dettagli delle loro battaglie. Per fortuna non ho ancora avuto modo di dedicarmi ai ricordi. È come quando mi offrono un lavoro, io rispondo che mi piacerebbe tanto ma non ho tempo. Quando negli anni Settanta entrai alla Lancia, l’ingegner Fiorio, direttore delle Relazioni esterne mi mandò a chiamare: “Caro Pietrangeli ho l’impressione che lei voglia farmi le scarpe...”. Lo guardai affascinato. Era l’unico al mondo ad essere convinto che io avessi voglia di lavorare. Gli chiesi: “Ingegne’, me lo fa un favore? Si volti e mi dica cosa vede”. Lui si voltò: “Vedo una finestra, perché?” “E, oltre la finestra cosa vede?”. “Niente”. “Per forza Ingegne’, c’è nebbia forza dieci! E crede davvero che io abbia intenzione di passare la vita dietro a una finestra oltre la quale è tutto grigio? Ingegne’ non prenderei il suo posto per tutto l’oro del mondo”».
Come arrivasti in finale nel 1959?
«Potrò sembrarti snob ma giuro che non me lo ricordo. La verità è che i più forti dell’epoca si batterono tra di loro e in finale io mi trovai di fronte un tennista che non era gran che: un sudafricano di nome Vermaak. Però mi ricordo di come arrivai a Roland Garros per giocare la finale. Ero al volante di una Buick bianca decappottabile che era appartenuta a un personaggio che finì in galera. La polizia lo aveva beccato con la Buick piena di cocaina. Un episodio che all’epoca fece talmente scalpore da ispirare il film “French Connection”. La famosa Buick bianca fu comprata da Candida, una spogliarellista del Crazy Horse. Una bionda bellissima che si esibiva ogni sera nel bagno di mezzanotte. Me l'aveva presentata Bernardin, il padrone del locale, grande appassionato di tennis. Durante quel Roland Garros io abitavo da Candida, in una villa su un’isola sulla Senna chiamata “Ile d’amore”, dono di un ammiratore molto ricco. Vivevo una storia eccitante e straordinaria. Candida era stata la donna del Boss con la Buick bianca. Difatti mi rivelò che durante il torneo ero stato seguito dalla narcotici. Capirai! Seguivano un vizioso che non aveva acceso una sigaretta in vita sua! Forse per queste circostanze Roland Garros, compresi i nomi degli avversari, non hanno spazio nella mia memoria. Comunque l'arrivo con Candida allo Stadio il giorno della finale fu immortalato da centinaia di fotografi. Dopo la vittoria impazzirono anche gli spettatori vedendomi andar via al volante della Buick, con la donna più bella di Parigi. La sera Mimosa Parodi Delfino diede una meravigliosa festa in mio onore. Io avevo guadagnato 150 dollari e per pagare il conto Mimosa mi allungò il suo portafogli, raccomandandomi: “Mancia principesca, ricordati!” All'uscita del locale c’era tutta l’orchestra ad accompagnarci. Sussurrai all’orecchio di Mimosa: “Secondo te ho lasciato abbastanza?”, lei sorrise e mi disse: “Bravo!”».
Nel 1960 vincesti Roland Garros contro Louis Ayala.
«Quella finale la ricordo perché durò 5 set. Lui mi ubriacò di palle corte e io correvo malvolentieri in avanti. Quando mi tolsi le scarpe alla fine mi accorsi che i calzini erano inzuppati di sangue. Mi misi seduto per terra sotto la doccia e piansi dal dolore. Quando arrivò il dottore dovette togliermi la pelle dei piedi, come si fa quando si sbuccia un’arancia. Ayala l’anno successivo rinunciò a Parigi per allenarsi in California sui campi veloci. Voleva vincere Wimbledon a tutti i costi! Con lui la sorte fu cattiva perché ci mise contro al terzo turno. Giocammo sul Centrale e vinsi tre set a zero».
Nel 1961 perdesti la finale di Parigi contro Santana.
«Fu una scena comica: Manolo passò sotto la rete in lacrime mentre io ridendo ero saltato dall’altra parte del campo senza trovare un avversario a cui stringere la mano. Nel 1962 vinse Laver e nel 1963 Emerson, non erano campioni da poco! Giocai la mia quarta finale nel 1964 e persi ancora con Santana in 4 set. Sono tanti bei ricordi ma non mi hanno cambiato la vita. Per me il tennis era solo un gioco e quando affermo che non ricordo molti miei avversari, è la verità. D’altronde sono convinto che ci siano cose ben più importanti da memorizzare rispetto a una partita».