Roma? È bella e impossibile

Silvia Marchetti

Meglio un bel gelato al Pantheon o una metropolitana efficiente? Chi fa affari non ha dubbi: sceglie la seconda. E così, tra le 50 città più vivibili del mondo di Roma non c’è traccia. Le bellezze architettoniche, il centro storico, i musei, i negozi di via del Corso e la «dolce vita» evidentemente non compensano i grandi mali funzionali che purtroppo affliggono la capitale: dai trasporti pubblici al traffico fino allo smog e alla pulizia delle strade. Stando al sondaggio mondiale sulla «Qualità della vita 2006» effettuato dalla Mercer, prestigiosa società di consulenza con base a New York, Roma non compare tra le prime 50 città in una classifica pure dominata dalle metropoli europee: al primo posto c’è Zurigo, seguita da Vienna, Copenaghen, Amsterdam, Bruxelles, Berlino, Stoccolma, Dublino, Oslo, Parigi, Londra e Madrid. Prima città italiana è Milano, all’ultimo posto ma pur sempre presente.
La ricerca interessa più di 200 città di tutti i continenti, confrontate su 39 criteri, dalla sicurezza alla salute, dalla pulizia all’inquinamento, dai trasporti locali alla scuola, oltre ovviamente ai fattori politici, economici e sociali.
Insomma, la Roma in cui il 90 per cento dei cittadini è soddisfatto, dove il turismo fa boom, la città all’avanguardia, modernista e cosmopolita, europea che fine ha fatto? La Roma modello d’Europa, a questo punto, esiste solo nei sogni del primo cittadino, non in quelli di molti stranieri. Perché c’è una bella differenza tra il «godimento» della vita e la «qualità» della vita: insomma, un conto è la bellezza del territorio, il clima caldo e la buona cucina, doti di cui Roma è ricca e non certo per merito di un’amministrazione piuttosto che un’altra; e un altro sono le metropolitane che non passano, i tram che si rompono, i rifiuti che si accumulano lungo le strade, il traffico che congestiona le viuzze del centro storico e la sporcizia che infesta perfino i monumenti. Si tratta di una distinzione che forse Veltroni dovrebbe imparare a fare.
Ma l’aspetto più allarmante di questo sondaggio sono le sue finalità. La Mercer è una multinazionale che consiglia le imprese e i governi del mondo sul «rischio-città» a fini commerciali e d’investimento. È ovvio che Roma non è il Cairo - declassata quest’anno per il fattore negativo del terrorismo - ma già il fatto di non comparire tra le 50 città con il miglior «rating» può rappresentare un disincentivo per un’impresa straniera che intende creare una filiale romana e che necessita delle migliori condizioni «ambientali» possibili non solo per svilupparsi ma soprattutto per inviare in loco manager e direttori. E gli investimenti esteri, si sa, per Roma significano occupazione e produttività.
Il succo del sondaggio Mercer è questo: gli stranieri possono venire a Roma per visitare il Colosseo, i Fori Imperiali e piazza Navona (che di certo in questi giorni non splende), per mangiarsi un bel piatto di fettuccine o per gustarsi un vino pregiato, ma quando si tratta poi di fare affari, fuggono. Insomma, occorre ripensare i fattori di attrattiva della capitale nel suo insieme, non solo nell’immagine esterna ma anche nella sua funzionalità. È vero, una città con un’elevata qualità di vita è una città sicura e tranquilla, ma anche forse un po’ piatta, senza quel valore aggiunto che la rende unica. Fatto sta che quel «non so che», a volte, può anche penalizzarla.