ROMA E GERUSALEMME Un ponte lungo venti secoli

Storie, musiche, linguaggi: duecento oggetti sacri e profani testimoniano la profonda influenza tra i due mondi

da Gerusalemme
Roma e Gerusalemme, Italia e Giudea, ebraismo e cristianità: quale misterioso destino unisce da duemila anni questi due poli fatti di violenza, civiltà, fede, cultura e spiritualità? Chiederlo, come spesso si fa, è banale. Cercare di confermarne l’esistenza con una mostra, rasenta la pazzia. Ma quando, dopo tre anni di lavoro, la mostra viene realizzata, essa dà al visitatore un senso di stupore per la capacità di far convergere tanta passione, tanti investimenti di capitale pubblico e privato, tanta fiducia da parte di 53 prestatori di oggetti preziosi - oltre ad altri che hanno voluto restare anonimi - e, cosa rimarchevole, l’impegno bipartisan di due governi italiani che su altri temi non si può dire si trovino molto d’accordo.
Naturalmente, per realizzare un’impresa del genere, ci voleva un’idea. L’idea l’ha data David Cassuto, architetto, ex vicesindaco di Gerusalemme, animatore della comunità ebraica di Gerusalemme, della sua sinagoga e del suo Museo d’arte ebraica italiana. Museo unico nel suo genere, come del resto unico è l’ebraismo italiano, nella storie e nel mondo. Ci sono però anche voluti l’entusiasmo e la costanza di due ambasciatori italiani in Israele, Giulio Terzi di Sant’Agata e Sandro De Bernardin. C’è voluto il sostegno, ma anche la lungimiranza, di un ministero degli Esteri che ha «comperato» questa idea, dimostrando il valore moderno della diplomazia culturale. C’è voluto l’entusiasmo di Simonetta Della Seta, direttore dell’Istituto italiano di cultura di Tel Aviv e del suo staff per riuscire a «venderla» ai molti enti pubblici e privati che hanno partecipato a questa avventura. C’è voluta la competenza scientifica, artistica, storica di molti specialisti guidati dalle due curatrici, Natalia Berger e Daniela Di Castro.
Aperta al pubblico ieri sotto il titolo «Italia ebraica - Oltre duemila anni di incontro tra cultura italiana e ebraismo», al Museo Eretz Israel di Tel Aviv, la mostra continuerà i suo volo fuori d’Israele in Italia, Germania e altri Paesi europei. A ben pensarci, si tratta più di un volo sulla storia e sulla geografia che di una rassegna di oggetti preziosi e unici, illustrati in uno splendido volume edito da Allemandi. Un volo perché solo spaziando dall’alto e attraverso i secoli, le storie, le musiche e i linguaggi è stato possibile captare segnali - spesso impercettibili - di un collegamento, altrimenti inspiegabile, fra due entità: quella macroscopica romana, cristiana, italiana e quella microscopica giudaica, ebraica, israeliana, che hanno, per lo più senza rendersene conto, influenzato la storia del mondo.
Ha ragione il ministro Francesco Rutelli, venuto in Israele ad inaugurare l’evento, di parlare di «un lunghissimo e unico rapporto creatosi nei secoli fra la minoranza ebraica e la cultura italiana». Ha ragione il veneziano ambasciatore De Bernardin a ricordare che da bambino per chiedere la merenda a base di zucca dolce usava senza saperlo un termine con cui gli israeliti indicavano il piatto usato per interrompere il digiuno di Kippur. Ha ragione il grande ebraista Giulio Busi a ricordare che, nonostante l’asimmetria numerica, «l’ebraismo non è quasi mai stato in Italia subalterno o rassegnato».
In fondo è questa mancanza di servilismo che è alla radice dell’unicità dell’ebraismo italiano tanto nella storia di Roma quanto in quella di Gerusalemme. Lo testimonia l’arco di trionfo di Tito a Roma che nei suoi marmi conserva l’immagine scolpita dei simboli della sacralità del tempio di Gerusalemme e della sovranità perduta di Israele. Lo testimonia Antonio Gramsci che, nei suoi Quaderni dal carcere, ricorda come gli ebrei italiani, alla stregua dei lombardi, napoletani, veneti e siciliani, sono stati costruttori del nuovo Stato unitario italiano e della sua identità, non avendo dovuto, come gli ebrei delle altre diaspore, inserirsi in nazioni già formate e con il loro beneplacito.
La mostra è dunque una realizzazione che va molto al di là di una pregevole iniziativa culturale statale o di un evento artistico. È una realizzazione senza precedenti che racconta una storia senza precedenti. Lo fa con l’aiuto di oltre 200 tra i più diversi oggetti sacri e profani, unici nel loro genere e uniti nell’arco di venti secoli dall’idea di una «convivenza tra due culture ugualmente orgogliose e ugualmente produttive». Il che non è solo di per sé un tour de force creativo, artistico e scientifico di qualità, ma anche un messaggio politico forte.
Un messaggio che assume tutta la sua importanza nel momento in cui da tante parti si levano voci di rancore e di invidia per negare non solo la legittimità della sovranità ebraica, ma addirittura il contributo di civiltà che l’ebraismo ha dato al mondo. «Se c’è qualcosa di inspiegabile sulla terra - diceva Jacques Maritain - questo è il mistero d’Israele». Se c’è qualcosa di grande, di benvenuto e - perché non dirlo - di riuscita follia, questo è una mostra che ha tentato di alzare il velo dell’oblio sul mistero di duemila anni di incontri fra Gerusalemme e Roma.