Roma e Milano, le due «capitali» rivali nei secoli

Uno studioso della Sapienza racconta nel suo saggio la storia della contrapposizione tra le due città, la capitale «politica» e quella «morale» dalla fine del Settecento ad oggi

Milano contro Roma. Roma contro Milano. Quella che è una delle più trite dispute nazionali sembra oggi arrivata al capolinea. O meglio, nonostante le ricorrenti polemiche politiche, pare abbia perso gran parte del suo fascino, soprattutto tra i più giovani. Non che le due città abbiano smesso di sentirsi profondamente diverse ma, agli occhi di molti romani e milanesi delle nuove generazioni, l’idea di una rivalità tra la «capitale politica» e la «capitale morale» non sembra suscitare più grande interesse.
Perché? A cercare di spiegarlo, in un libro uscito in questi giorni, è un studioso dell’università La Sapienza, Francesco Bartolini, che si è preso la briga di ricostruire la storia della contrapposizione tra Roma e Milano dalla fine del Settecento ad oggi. Un lungo viaggio che prende le mosse dalle polemiche degli illuministi milanesi contro la Roma dei papi per arrivare alle invettive di Umberto Bossi contro la Roma dei partiti. Sì, perché sono almeno due secoli e mezzo che Milano non perde occasione per sottolineare la propria radicale diversità da Roma, prima capitale «arretrata» e «inefficiente» dello Stato pontificio, poi capitale «corrotta» e «parassitaria» del Regno d’Italia e, in seguito, della Repubblica. E il fine di queste polemiche è stato più o meno sempre lo stesso: affermare che Milano è la «vera» capitale, la città «moderna», l’unico «esempio» per la nazione. Ecco così il milanese Pietro Verri descrivere Roma alla metà del Settecento come un «deserto», «ancor grande e magnifica ne’ sassi e piccolissima nelle teste umane, che vi abitano», il lombardo Stefano Jacini decretare all’indomani di Porta Pia che l’idea di stabilire a Roma la capitale del Regno d’Italia non è altro che una «fisima» causa di sicuri guai futuri, il quotidiano milanese Il Secolo denunciare, davanti ai primi scandali edilizi e bancari di fine Ottocento, che il problema della politica nazionale è Roma stessa, una città «deleteria». E poi, nel Novecento, il futurista Filippo Tommaso Marinetti disprezzare la «Roma necropoli», il socialista Benito Mussolini descrivere quella che poi diventerà negli anni del fascismo l’«Urbe imperiale» come una «città parassitaria di affittacamere, di lustrascarpe, di prostitute, di preti e di burocrati».
Un disprezzo diffuso, che accompagna la città eterna anche negli anni della Repubblica, soprattutto quando il boom economico rafforza l’idea di una superiorità «morale» di Milano, una convinzione ben radicata fino agli inizi degli anni Novanta. Poi, però, lo scandalo di Tangentopoli rende inutilizzabile l’idea della «capitale morale» e Milano fatica a ritrovare un’immagine ben definita di sé. Roma, al contrario, sembra giovarsi del tramonto del primato milanese e, malgrado le insiste polemiche contro la «capitale ladrona», riesce ad accreditarsi davanti all’opinione pubblica nazionale come raramente le era accaduto in passato. Questo anche perché la città non è più completamente oscurata dall’ombra del Palazzo ma è sempre di più illuminata dal suo patrimonio artistico e culturale.