Romanzi, chi mal comincia è a metà dell’opera

Cominciò Leonardo Colombati un paio di anni fa con il libro-zibaldone Perceber, a scrivere un incipit con effettaccio per lettori di palato facile, il massacro a mani nude di piccoli animali da pelliccia. Ora molti incipit di romanzi rivelano una puntigliosa ricerca di effetti speciali a denotare un frenetico desiderio di successo immediato.
Memoria del vuoto di Marcello Fois: «La notte dell’eccidio la luna piena, grassa e sudata, se ne stava appollaiata per ora sulla schiena della montagna... Se n’era stata così la luna a bersi l’orizzonte frastagliato come il bordo d’un guscio d’uovo spaccato in due». Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti (cito parafrasando a memoria): un padre dopo aver vomitato in un lurido cesso, e infastidito dal latrato d’un cane alla catena lì nei pressi, dà al figlio una pistola perché lo vada ad ammazzare. Il figlio esegue. Ma neanche l’incipit ha funzionato: il libro è una grave delusione editoriale. Il signor figlio di Alessandro Zaccuri: l’orrore viene dopo il primo capitoletto sulla forma schifosa del presunto insetto portatore del cholera: uno sciancato sale a bordo, e il nostromo gli ordina di recuperare una cima; lo storpio esegue, i marinai ridono e «smettono soltanto quando sentono uno schianto sordo e secco: carne frolla lacerata da una lama, una sciabola che devasta un cadavere, un pugnale che trapassa un uomo morto. In campagna è la musica di quando si ammazza il maiale, e, dopo che la bestia è appesa a testa in giù, il norcino fa il taglio sulla pancia... di modo che il sangue precipiti nel bacile lì sotto... Lo storpio però continua a fare il suo lavoro. La cima gli sfugge, sempre più rossa, sempre più fradicia di sangue. Ma il disgraziato non la abbandona, stringe indomito, furibondo». Il padre degli animali di Andrea Di Consoli: un padre, straziato nel pancreas, sfoga dolore e rabbia contro il proprio gatto che bastona e calcia a morte. Il gatto agonizza, un occhio gli pende fuori dall’orbita.
Ora ho fra le mani un libro più misurato, Un saluto attraverso le stelle di Marisa Bulgheroni (Mondadori, pagg. 247, euro 17). L’incipit è di tutt’altra natura, vuole essere intensamente vicino alla prosa lirica, come del resto l’intero testo, esordio nel romanzo di quella sensibile autrice, finora impegnata in ritratti, resoconti di viaggio, racconti, che nelle primissime pagine incorre in alcune sviste ripetitive: «Casa fatta di vento», «case e città fatte di vento», «si alzò il vento» (a meno che la parola «vento» non costituisca una specie di ossessione lessicale in funzione espressiva, come farebbe supporre l’ultimo nesso stilistico del romanzo: «utopia del vento»); «come Don Chisciotte», «come in un teatro», «come un galeone», «come una primavere del Botticelli» (forse l’ubiquo e ringraziatissimo editor Giulia Ichino nel frattempo dormitabat?).
Ma il libro ha una indubbia luminosità espressiva che sostiene, al pari di tutta la complessa vicenda, quasi una saga familiare attraverso il lungo periodo che va dall’ultima guerra alla caduta del fascismo e alla guerra civile, e perciò corredata di inserti storici ben narrati (la seduta del Gran consiglio del fascismo conclusasi con le dimissioni di Mussolini, la fucilazione di Galeazzo Ciano e le ultime giornate di Mussolini stesso fino alla strage lungo il muretto di Dongo), che però sono già stati oggetto di molte ricerche anche giornalistiche abbastanza note. Per di più questi inserti hanno il difetto di non essere narrativamente collegati alle vicende personali dei protagonisti; ma forse in un romanzo molto articolato e di vasto respiro come questo, il rischio era inevitabile.