Ronfani, è dal dolore che nasce la vera letteratura

Ho letto con colpevole ritardo Canzoniere per la sposa perduta di Ugo Ronfani (Nino Aragno, pagg. 128, euro 14). Si tratta di una raccolta poetica dedicata alla cara moglie scomparsa.
Dei molti scritti in mortem che la letteratura ci ha lasciato, non ce n’è di più straziati e strazianti di quelli che i mariti dedicano alle mogli. Ho in mente il Diario di un dolore di C.S. Lewis, ma anche l’ultima raccolta del grande poeta Milo De Angelis, ho in mente il dolore inconsolabile di Manzoni per la cara Enrichetta e quello di amici toccati dallo stesso dolore. È un dolore speciale, che non ha uguali. Non è un genere letterario: se mai, è la fine di tutti i generi letterari.
Ne fa fede questo bellissimo libretto, arricchito dalle parole finali del celebre psichiatra e scrittore Eugenio Borgna. Perché dico «fine di tutti i generi letterari»? Perché la letteratura è quel fatale esercizio attraverso il quale, con l’aiuto della grazia (con la g minuscola), si cerca, attraverso le parole, di meritarsi - o di scontare - l’esperienza. Le parole cercano di salire, con l’aiuto di un dio, all’altezza delle cose.
Ma in questo caso ciò non è possibile, poiché la «cosa», qui, è la separazione di un’unità fondata non sul sangue, bensì sul rinnovarsi, nei giorni e negli anni, di un atto libero. La morte di una persona amata in questo modo ci rivela qualcosa che è in noi, e che va oltre la carne e il sangue.
Quanto alle parole, si possono cercare le più sublimi, ma è altrettanto legittimo usare, semplicemente, quelle che si hanno, quelle che sono state le «nostre» parole per tutta la vita. Magari col loro carico d’incertezze, con la loro approssimazione, con le loro piccole bugie. Ma quale verità sorge, improvvisa, dalla loro povera quotidianità!
Sono questi i pensieri che m’ispira questo - lo ripeto: magnifico - libro. Ci sono versi stupendi, come quelli scelti per la copertina: «Assestando gli oggetti, mi lasciavi/ la tua parte di avere nella casa,/ disegnavi un saluto con le mani./ Quando giro la chiave nella toppa/ ora ho l’ansia di riconsegnarmi/ alla dolce prigionia di quel commiato».
Il poeta, lo scrittore, l’uomo, il marito (che differenza fa?) non ha più nessuna vergogna di mostrarsi per quello che è: grande, piccolo, che importa? Ma proprio qui emerge la forza del dolore, la sua vitalità: se vissuto fino in fondo, esso non ci getta nella frettolosa disperazione ma nella necessità di essere noi stessi.