Rosanna Schiaffino, una vita da diva fra cinema e tribunali

Fine di una vita. In silenzio, senza riflettori, senza avvocati, giudici, tribunali, senza strilli, senza schiaffi. Fine di un dolore profondo, maligno, bastardo. Rosanna Schiaffino era tutto questo, la sua esistenza bella e ferita, tra due matrimoni e due figli, la sua carriera di attrice, splendida femmina italiana in quarantaquattro film, prima di scegliere un percorso diverso, distante, discreto ma, insieme, carico di luci e di voci. Era ligure di Genova, suo padre veniva da Camogli e la madre Gelsomina si faceva chiamare Jasmine, essendo di origine indiana, con la pelle colore dell’oliva. Dicevano le voci dei carrugi che un nonno, di nome Simone, fosse stato generale garibaldino. Non credo che per eredità il sangue di Rosanna fosse caldo, troppo caldo. Riusciva a sciogliere quelli che al tempo si chiamavano fusti, oggi si direbbe e scriverebbe tronisti, di ogni dove. Seppe ridurre all’innamoramento quel livornese di Alfredo Bini che Pasolini definiva «padre selvaggio» per come sapeva usare le mani, pure con il grande Pier Paolo. Da Bini ebbe una figlia, Annabella, erano gli anni in cui il cinematografo era il luogo dell’incantesimo e Rosanna Schiaffino profumava. Nel buio, i sogni degli spettatori.
A quattordici anni, nel 1953, aveva vinto il titolo di miss lido d’Albaro, poi quello di Bella della riviera dei Fiori, la corona le avrebbe permesso di partecipare al concorso più illustre, miss Italia, ma non aveva l’età da regolamento. Franco Cristaldi prese nota di quella ragazza dai capelli di pece e il corpo da anguilla, la convocò e Rosanna «calò» a Roma. Incominciò l’avventura, inaugurata con il principe Antonio de Curtis in Totò lascia o raddoppia?. Era così bella e fresca e insieme, inquietante e ambigua, che qualche cialtrone, tra gli aiuti regista, tentò di abbordarla, ingannandola con il trucchetto della pellicola francese che altro non era che una macchina da presa che non riprendeva nulla, fingeva appunto il ronzio e la «generichetta» abboccava, finendo per giacere. Rosanna Schiaffino però apparteneva già al padrone, al produttore, era entrata nel suo territorio, andò sposa e furono anni trionfali fino a che, come accade in mille storie, l’amore smarrì la ragione, Rosanna aveva perso in un incidente stradale l’unica sorella e il nipote, ne restò devastata, arrivò alla lite con il marito.
Conobbe Giorgio Falck per un caso condominiale. Era andata a vivere a Milano nella casa di Roberto Gancia, al piano di sotto dell’abitazione di Falck. Fu come un ciak di una scena imprevista. Si amarono subito, si sposarono a Portofino, lei, vestita di rosso fuoco, tagliò una torta sulla quale troneggiavano quattro pupi di zucchero, erano le statuine dolci dei figli della coppia, i tre di Giorgio (Giovanni, morto), Guia e Giacaranda e l’Antonella di Rosanna. La villa Primula, sul golfo, fu presepe prima di diventare inferno. La nascita di Guido sembrò l’avvio di una lunga, definitiva storia di amore. Fu il bivio. Giorgio Falck amava la vela, amava il mare, veniva da Dongo, il suo tesoro era Rosanna ma ogni tanto cercava altre casseforti. Ne trovò una fantastica, Silvia Urso. Prese a scriverle lettere e bigliettini, a scaldare il telefono, a spedire fiori e gioielli.
Rosanna non aveva il tempo per accorgersene subito. Un cancro al seno aveva smascherato la gioia della sua esistenza. Lottò, si curò con il professor Veronesi, pensò di uscire dal buio ma il tradimento di Giorgio fu peggiore del male vigliacco. Furono giorni, mesi, anni tremendi, segnati da litigi furibondi, accuse, pugni, schiaffi, sputi in faccia, ombrellate, vasellame e cristalli in frantumi, rinvii a giudizio per percosse; la richiesta di separazione depositata da Falck nell’agosto del Novantacinque fu soltanto una stazione di passaggio. La storia andò avanti anche con una denuncia per truffa, avendo la Schiaffino falsificato una firma dell’ex marito, e poi prelievi bancari non autorizzati, ritiri di passaporti, le vacanze in squallida staffetta, venti giorni a testa, nella villa di Portofino, il figlio blindato dalla madre, sequestrati gli assegni di mantenimento di Guido, la Urso e i suoi due figli anch’essi coinvolti nelle ultime vicende giudiziarie, così come i primi eredi di Falck. Un film sguaiato, girato nelle aule tristi dei tribunali, non più a Cinecittà, giornate trascorse in barca, con il vento che frusta le vele e spazza il viso ma, con rabbia e tristezza, all’inseguimento di miliardi e di residenze lussuose per due vite, quella di Giorgio, prima, e di Rosanna, dopo, finite nel silenzio solitario di un letto, in una stanza uguale a mille altre.