Tra le rose e il chador viaggio tra le contraddizioni dell'«impero del male»

Il viaggio di due giornaliste in un Iran assai diverso dall'immagine corrente: un paese »gentile», che accoglie i (rari) stranieri con atavico senso di ospitalità. Il libro appena uscito per «Fasidiluna» è la testimonianza di come si vive quotidianamente all'interno di una feroce oppressione religiosa e militare

Una rosa è una rosa è una rosa, non ci piove. Ma un chador, che cos'è un chador? Un simbolo, parrebbe agli occhi occidentali: il simbolo dell'oppressione delle donne islamiche. Eppure è anche una striscia di stoffa finissima, «veli che sembrano sospesi sulle teste con leggerezza, con magico equilibrio».
Attorno a questa sottile ambiguità - a quella che potrebbe porsi come la stridente contraddizione tra la gentilezza di un Paese millenario e uno strumento di repressione- si snoda fin dal titolo lo sforzo di un libro appena uscito per l'elegante casa editrice barese Fasidiluna: «Le rose e il chador», di Barbara Nepitelli e Cesarina Trillini, due giornaliste che amano viaggiare e che, da croniste parlamentari, dovrebbero pure essere avvezze a maneggiare le sottili e contraddittorie ambiguità del nostro mondo politico.
Il loro viaggio all'interno dell'Iran, ricostruito nella memoria di un recente passato, nasconde forse il tentativo di comprendere l'oggi di uno dei più efferati «Imperi del male» attraverso la conoscenza di uomini e donne comuni, della loro vita quotidiana, dei riti dell'ospitalità riservati ai (rari) stranieri. Ne viene fuori il pregio e la freschezza del racconto di viaggio senza fronzoli, privo di retorica, che scorre lieve e «gentile», proprio la qualità che le due autrici sembrano riferire all'intero Paese dove al potere c'è un tipo come Ahmadinejad. O, per meglio dire, l'intoccabile potere religioso degli Ayatollah.
Più correttamente, l'incanto delle due viaggiatrici si riferisce alle persone che incontrano, alla cortesia, ai loro modi semplici e affabili. Eppure non esiste un attributo più stridente con la realtà dell'Iran di oggi. Evidente che non c'è alcun intento «giustificazionista» né tantomeno politico, nell'immagine delicata che le due giornaliste involontariamente restituiscono di questo Grande Sconosciuto: un Iran di cui si sa poco o nulla, e le cui ribellioni cicliche (la famosa «Onda verde») vengono sedate nel sangue. Ma all'indifferenza «costretta» del mondo esterno se ne contrappone anche un'altra, pur essa in qualche modo indotta, da parte di una maggioranza silenziosa e oppressa (ma si potrebbe dire persino complice) dal fanatismo religioso. Mistero impalpabile a sua volta, considerando le grandi tradizioni del Paese, che pure è stato - nel suo passato - tra i più aperti al mondo occidentale, e tra i più evoluti dell'Oriente.
Le due posizioni minoritarie in campo, quella oltranzista dei «guardiani della rivoluzione» e quella riformatrice soccombente non hanno tuttavia la stessa dignità, uguale legittimità, medesimo diritto di cittadinanza. Lascia così interdetti il fatto che alla fine del lungo tragitto percorso (settemila km in pullman e auto, con un solo viaggio aereo interno), il libro riporti la lettera di un ragazzo che definiremmo «patriota indifferente» («è vero che in Iran ci sono problemi e difficoltà, ma mica siamo gli unici al mondo ad averne...») accanto a quella di una coetanea intitolata «il mio grido di libertà».
Si comprende che probabilmente l'ansia di voler rappresentare con la massima obbiettività il «ventre molle» di un paese così privo di contatti con l'esterno deve aver fatto superare alla Nepitelli e alla Trillini le (speriamo) iniziali resistenze. Ma l'obiettività del racconto, così privo di pregiudizi, talora sembra scadere in inopportuna acriticità. Anche se di gente disposta a voltare gli occhi dall'altra parte, per averne in cambio «tranquillità», è pieno il mondo.
La fotografia dell'Iran che emerge dal libro è però autentica, priva di mediazioni, così che la repressione più appariscente - l'obbligatorietà del capo coperto per le donne - assurge fin dalle prime pagine a ossessione che s'impadronisce delle due viaggiatrici e che non le abbandona durante il mese trascorso tra Teheran, Quazvin, Yazd, Minab, Persepoli, Mashad. Dalla valle degli Assassini ai luoghi sacri di Zoroastro, le accompagnerà sempre la preoccupazione di tener coperto il capo - come le donne locali, ovviamente assuefatte -, e di come farlo nella maniera giusta. La lieve tortura del chador si afferma come una condanna - solo a volersene chiedere il perché - e diventa l'involontario grido di speranza per un Paese che, per risorgere, dovrà prima o poi tenersi le rose e gettare alle ortiche il chador.