Rosie e la poetessa che visse tre mesi

La prima volta che Rosie venne a sapere che sua madre aveva iniziato a scrivere poesie fu una sera, quando ne finì una e la lesse ad alta voce per avere l'approvazione della figlia. Era sui gatti, e Rosie finse di capirla profondamente e di apprezzarla infinitamente, un po' perché aveva paura di disilludere la madre sulla quantità e sulla qualità di giapponese che aveva imparato in tutti questi anni in cui era andata a scuola di giapponese ogni sabato (e in estate anche il mercoledì). Ciò nonostante, sua madre dovette essere scettica sulla capacità di capire a fondo di Rosie, perché una volta finito di leggere le spiegò il genere di poesia che stava cercando di scrivere.
Vedi, Rosie, disse, era un haiku, una poesia in cui doveva condensare tutto il significato in sole diciassette sillabe, divise in tre versi di cinque, sette e cinque sillabe. In quella che aveva appena letto, aveva cercato di catturare il fascino di un gattino e di esprimere un'opinione sulla superstizione secondo la quale possedere un gatto con tre colori porti fortuna.
«Sì, sì, capisco. È assolutamente meravigliosa», disse Rosie, e sua madre, forse soddisfatta o forse vedendo oltre l'inganno e rassegnata, tornò a comporre.
La verità era che Rosie era pigra; l'inglese le veniva sciolto alla lingua ma il giapponese lo doveva cercare e controllare, e anche allora le usciva incerto (probabilmente abbastanza da far ridere). Era talmente più facile dire sì, sì, anche quando si voleva intendere no, no. D'altronde, questo era ciò che aveva in mente di dire: stavo sfogliando una delle tue riviste giapponesi ieri sera, mamma, e verso la fine ho trovato alcuni haiku in inglese che ho trovato deliziosi. Ce n'era uno che mi ha fatto venire da ridere finché mi sono addormentata:

È mattina, e guarda!
Giaccio sveglia, come si deve,
sospirando un po' di pane.

Ora, come arrivare alla madre, come comunicarle questa canzone malinconica? Rosie aveva una conoscenza del giapponese formale, frammentaria e a sbalzi, sua madre aveva ancora meno padronanza dell'inglese, niente francese. Era molto più pratico dire sì, sì.
Venne fuori che sua madre stava scrivendo l'haiku per un quotidiano, il Manichi Shimbun, che veniva pubblicato a San Francisco. Los Angeles, per la verità, era più vicina alla comunità di coltivatori dove viveva la famiglia Hayashi e vi venivano stampate diverse riviste in lingua giapponese, ma i genitori di Rosie dicevano di preferire il tono dei giornali del nord. Una volta a settimana, il Manichi aveva una sezione dedicata all'haiku, e sua madre divenne una collaboratrice esorbitante, assumendo il nome d'arte di Ume Hanazono.
Così, Rosie e suo padre per un po' vissero con due donne, sua madre e Ume Hanazono. Sua madre (di nome Tome Hayashi) curava la casa, cucinava, lavava e, insieme al marito e ai Carrasco, la famiglia messicana che veniva assunta per il raccolto, faceva ampiamente la sua parte di raccolta di pomodori nei campi roventi e di inscatolamento in strati ordinati nel fresco capannone. Ume Hanazono, che sbocciava alla vita dopo che i piatti erano stati lavati, era una zelante straniera che borbottava tra sé, che spesso mancava di rispondere quando veniva interpellata e che rimaneva a lavorare al tavolo del salotto fino a mezzanotte scarabocchiando con una matita su fogli per appunti o copiando con cura le lettere sulla carta buona con la sua cicciotta Parker verde chiaro.
Questa nuova passione ebbe alcune ripercussioni sulla routine della casa. Prima, Rosie era abituata che lei e i suoi genitori facevano il bagno caldo presto la sera per poi andare a letto quasi subito, a meno che i genitori non si sfidassero a una partita a carte o a meno che non venisse un ospite a far visita. Ora se il padre voleva giocare a carte, doveva ricorrere ai solitari (ai quali barava sempre senza ritegno), e se veniva un gruppo di amici a fare visita, doveva esserci per forza qualcuno che stesse pure lui scrivendo un haiku, così che il piccolo raduno si divideva in due: il padre intratteneva gli ospiti non letterari, mentre la madre scambiava appunti estatici con il poeta in visita.
Se uscivano, era grosso modo la stessa cosa. Ma la vita di Ume Hanazono fu molto breve, anche per un poeta, forse tre mesi al massimo.
Una sera erano andati a trovare la famiglia Hayano nel paese vicino verso ovest, un'avventura allo stesso tempo dolorosa e bella per Rosie. Era bella perché c'erano quattro ragazze Hanayo, tutte adorabili e ognuna con il nome di una stagione dell'anno (Haru, Natsu, Aki, Fuyu), dolorosa perché c'era qualcosa che non andava nella signora Hayano fin da quando era nata la loro prima figlia. Rosie a volte osservava la signora Hayano, che aveva fama di essere stata la più bella del suo paese natale, mentre si muoveva in una stanza, si chinava, trascinandosi lentamente, tremando violentemente (tremava sempre), e le veniva alla mente che quella donna, in queste stesse condizioni, aveva portato per nove mesi e dato alla luce tre bambini. Lei guardava meravigliata il signor Hayano, bello, alto e forte, e guardava le sue quattro graziose amiche. Ma era una questione sulla quale non riusciva ad arrivare ad alcuna conclusione...