"Rosto", ribellione senza mezzi toni

Il mito pubblico di Mstislav Rostropovich è in gran parte legato a quelle immagini, che fecero il giro del pianeta e che amplificarono la musica - erano note di Bach - davanti al Muro di Berlino finalmente crollato. Testimoniò così la riunificazione del mondo, quindici anni dopo aver sofferto in prima persona la sua divisione, quando fu costretto a lasciare la sua terra e a spezzare in due la sua vita. Fu l’inno della ricomposizione. Di una gioia mite, non affidata alle parole, ma alle corde del violoncello.

Il senso della sua presenza nel ’900 va però oltre quel gesto simbolico. Il suo vero gesto simbolico fu precedente, quando diventò uno dei «grandi ribelli» del secolo, nel momento in cui rifiutò di essere corresponsabile della ricomposizione del regime sovietico, dopo la breve stagione del «disgelo kruscioviano». Se gli anni ’60 in Occidente sono ricordaticome la stagione della «liberazione », a Mosca quel che avvenne fu esattamente l’opposto. E Rostropovich fu tra coloro che fecero la scelta più difficile e più scomoda, quella di resistere nelle forme possibili. Quando decise di aiutare Aleksandr Solzenitsjn, sapeva che non gli sarebbe stato perdonato. Che il nome più grande della musica sovietica avrebbe potuto far tutto, ma non permettere a uno scrittore che il regime voleva costringere al silenzio di continuare a vivere e a scrivere; non criticare i processi che via via colpivano gli intellettuali; non sostenere quel fenomeno chiamato «dissenso » che stava assumendo un ruolo sempre più importante perché coinvolgeva pensiero e cultura. In altre parole, sapeva che non gli sarebbe stato consentito di ribellarsi al conformismo. Quando decise di scrivere una lettera aperta a Breznev e di farla pubblicare in Occidente - perché nessun organo di stampa a Mosca ne avrebbe fatto parola - era consapevole del fatto che per lui quel gesto avrebbe significato una condanna all’emarginazione, a quello che si chiama «esilio interno».

Che sarebbe stato costretto ad emigrare all’estero. Rostropovich e poi Solzenitsjn e poi Andrej Sacharov: quando vengono pronunciati questi nomi, oggi sembra un po’ riduttivo iscriverli alla categoria del «dissenso ». Si trattò di una rete che, sia in Unione Sovietica sia in Polonia, in Cecoslovacchia e altrove, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli ’80 svolse un ruolo decisivo. Coinvolse essenzialmente delle élites e mostrò che il secondo totalitarismo del secolo era contestato e sfidato dall’interno, da persone che non avevano paura di finire in prigione o nei campi di lavoro. Persone, come poi ricordò Anatolij Sharanski, che sapevano anche di essere minoranza in Europa quando venivano colte da un infinito senso di felicità nell’apprendere che Reagan aveva finalmente parlato di «impero del male ». Però nel gesto che lega Rostropovich e Solzhenitsyn e Sacharov c’è qualcosa di più del «dissenso». Quando il più grande musicista, il più grande scrittore, il più grande scienziato dicono «no» al potere esprimono una ribellione individuale non richiesta. Testimoniano di poter sacrificare il loro rango, il loro ruolo, i loro titoli a una condizione che considerano insopportabile. Propongono un gesto che ha un significato infinitamente superiore a quello della semplice azione politica. È, appunto, la ribellione dell’élite intellettuale. Venne capita allora?Arileggere oggi gli anni ’70 - l’esilio di Rostropovich, l’uscita di Arcipelago Gulag, la nascita di Charta 77 a Praga e così via - sembra di no. Parlo di una stagione in cui sembrava a tutti, con rare eccezioni, che la divisione in due del mondo ci sarebbe sempre stata e che il comunismo sarebbe stato eterno. In cui il problema era essenzialmente trovare la misura di una coabitazione. Allora, era quasi considerato normale che la classe dirigente della seconda potenza mondiale potesse decidere di privarsi di Rostropovich, la leggenda del violoncello. Esattamente nello stesso modo in cui aveva ritenuto di mettere a tacere per poi esiliare Solzhenitsyn. Per non parlare dell’arresto e della deportazione di Sacharov. Era considerato normale, ma era l’anticamera dell’estinzione di un regime che riteneva di non aver bisogno delle intelligenze. Anzi, le considerava «nemiche».

Oggi, invece, sappiamo che Rostropovich non solo ha vinto il suo Novecento, rappresentandone l’epilogo nel novembre del 1989 a Berlino. Sappiamo anche perché è riuscito a vincere, nonostante non sia stato un leader politico e abbia sempre usato in modo mite l’arma della parola. È riuscito a vincere perché ribellandosi al totalitarismo, si è ribellato anche al conformismo che lo sorreggeva in patria e all’estero. Così come Solzenitsjn, così come Sacharov. È stata cioè la ribellione dell’intelligenza.