ROTH Anatomia di un Paese ammalato di sensi di colpa

Qual è il posto dello scrittore nel mondo? Che cosa deve o non deve fare? A nome di chi deve parlare? Questi interrogativi - interrogativi molto americani - hanno ispirato a Philip Roth una brillante trilogia (1979, 1981 e 1983), che finalmente arriva alla completezza anche in italiano con la pubblicazione de La lezione di anatomia (Einaudi, pagg. 240, euro 17; traduzione di Vincenzo Mantovani). In America, invece, è appena uscito il nuovo romanzo di Roth, Everyman, una meditazione sul corpo e sulla mortalità, che, se da una parte riprende il discorso del recente Animale morente (2001 e, in italiano, 2003), dall’altra sembra ricollegarsi proprio a quella Lezione di anatomia di ventritré anni fa.
Nel primo libro della trilogia, Lo scrittore fantasma (uscito da Einaudi nel 2002), il poco più che ventenne Nathan Zuckerman, ebreo e promettente scrittore, va a trovare il suo idolo, il romanziere Emanuel Isidore Lonoff (siamo nel 1956), e si ritrova impigliato in una rete di miserie familiari che mettono a dura prova la sua ammirazione. Lonoff vive con la moglie, ma non si preoccupa di tenere fuori delle mura domestiche la giovane amante. La situazione risulta tanto più imbarazzante allo stranito visitatore quando gli viene il sospetto che la ragazza possa essere niente meno che Anna Frank in carne e ossa, chissà come scampata al campo di sterminio. Questo breve romanzo pone alcune questioni fondamentali: che rapporto c’è tra lo scrittore e la sua scrittura? E tra la scrittura e la Storia? E tra la Storia e gli ebrei? Senza concessioni al didascalismo o divagazioni di sorta, il racconto procede serrato, di sorpresa in sorpresa, limpido. Zuckerman è un osservatore discreto e «ingenuo». Sta in disparte ma usa benissimo la vista e le orecchie. Siamo ancora al riparo dalle gracidanti isterie che costituiranno l’essenza del personaggio adulto. Della trilogia è senz’altro il pezzo più felice.
In Zuckerman scatenato (Einaudi 2003), Nathan è uno scrittore affermato (Robert Kennedy e Martin Luther King sono stati assassinati da poco). Con la fama sono arrivati i quattrini, e i guai. Il libro che l’ha reso ricco e celebre - le avventure di un certo Gilbert Carnovsky - gli ha scatenato contro familiari, ebrei, femministe. Troppe oscenità, troppo sesso, troppe caricature. La domanda centrale del libro riguarda il nesso tra romanzo e autobiografia. Zuckerman ha un bel nascondersi dietro lo scudo dell’invenzione: nessuno gli crederà mai. Chi scrive, per quanto trasformi, distorca o aggiunga, parla di quello che conosce meglio, cioè parla sempre e comunque della propria vita. È il problema che affligge Philip Roth fin dai tempi dal suo primissimo elogio della masturbazione. Guarda caso sul passaporto di Nathan troviamo la sua data di nascita, il 1933. La vita di Zuckerman-Carnovsky (cognome anche troppo chiaramente coniato dalle sillabe di carnality, «carnalità», tema principe de La lezione di anatomia) precipita in un vortice velenoso, in cui è difficile distinguere le accuse dall’autodenigrazione, la vergogna dal bisogno di espiazione, la fierezza guerriera dalla resa e dallo sconforto. Il padre, alla fine, muore, e probabilmente alla sua morte ha dato una mano il disonore che il figlio famoso ha gettato addosso alla famiglia. Il fratello Henry lo maledice e gli toglie la parola.
In La lezione di anatomia, morire tocca alla madre. E da questa grave perdita il declino di Nathan riceve un’accelerata. Adesso, oltre ad averli ancora tutti contro, Nathan è vittima del suo stesso corpo. Un dolore acuto gli rende inservibili il collo, le spalle e le braccia. Nathan consulta ogni tipo di specialista. Usa ogni forma di accorgimento, evita certi movimenti, dorme su un certo materassino, si lascia coccolare dalle sue quattro amanti, ma il dolore non passa. Eppure i medici gli dicono che non ha niente. Non è nemmeno un problema di postura, come si potrebbe pensare. Il male di Zuckerman non viene dal modo in cui scrive, ma dallo stesso scrivere - l’aver sostituito l’esperienza con i ricordi. Zuckerman (ecco la cura!) ha bisogno di vita, di contatti, di realtà. Zuckerman è stufo marcio di essere Zuckerman. Quel dolore inarrestabile gli segnala in quale terribile buco si sia cacciato. E da quel buco, la sua ormai insopportabile soggettività, lo sentiamo scalpitare, sbraitare, sparare a zero su tutto: donne ebrei uomini sposati. Che abisso separa il giovane fan di Lonoff da questo quarantenne logorroico, fissato con il sesso e scavezzacollo, fallito e trionfale! Nelle sfuriate del sofferente Nathan ritroviamo, certo, un po’ dell’ironia ebraica per cui Woody Allen è diventato un maestro dello humor di fine secolo, ma Zuckerman lo humor troppo spesso lo mette sotto i tacchi del compiacimento. È un uomo che ha perso il controllo, si dirà. Qualche lettore, invece, potrebbe chiedersi se a perdere il controllo non sia lo stesso autore. Il libro procede disordinatamente, divaga, come se avesse paura di non crescere abbastanza. Ci sono troppi dialoghi, troppi monologhi, troppe chiacchiere. E con un certo sollievo accompagniamo Nathan a Chicago, dove ci aspettiamo che si dia una calmata. È la città dove ha studiato, dove ha sentito Thomas Mann parlare l’inglese più bello che avesse mai sentito ed è sbocciato in lui l’amore per la scrittura. Da lì vuole ricominciare. Niente più libri. Frequenterà la scuola di medicina e diventerà ostetrico.
Le cose, ancora una volta per colpa della sua frenesia, non andranno secondo i piani. Però, nelle ultime pagine - Nathan che fa il giro dei malati e affonda le mani nelle lenzuola bagnate di sangue - lo sguardo di Roth-Zuckerman si sposta da quell’ego bulimico e sproloquiante, la bocca tace. Parla la realtà. La grave realtà dei moribondi, di chi vorrebbe ancora vivere.