Rottamiamo l’ecologia-show e diventiamo ecologisti «sani»

In fondo, viviamo dell’avvenire. Delle promesse, dei sogni, delle fantasie; ma anche della certezza di arrivare in fondo alle poche righe di questo articolo, e della speranza - del progetto? - di seminare in primavera e raccogliere in autunno. L’etica quotidiana di un uomo è tutta racchiusa nel suo futuro, nell’idea che se ne fa; le partite davvero importanti della vita si giocano sempre in differita con l’avvenire, mentre il presente - «la vita è adesso» - è già tutto trascorso nella riga che avete appena letto. Ecco perché si può amare soltanto delusi, diceva Jouhandeau, cioè pieni di speranza. I drammaturghi dell’ecologia contemporanea, invece, non l’hanno capito e amano la terra di un amore disperato e fatale, da detenuti in libera uscita, un amore engagé, e pertanto fortemente mediatizzato, politicizzato; un amore da agenzia giornalistica, da gommone Greenpeace, profilattico e lontano.
Ma c’è anche un’altra ecologia: ne leggiamo in Ecologica (Jaca Book, pagg. 160, euro 14, trad. Francesco Vitale) di André Gorz, uno dei grandi intellettuali francesi del secolo scorso, nato a Vienna nel 1923 («ebreo austriaco», si definiva) e formatosi all’interno del pensiero di Sartre, ma alla fine molto più vicino a Ivan Illich e Jacques Ellul. Fu direttore di Temps Modernes e cofondatore del Nouvel Observateur e morì suicida nel 2007 insieme alla moglie Dorine, affetta da un morbo degenerativo, a cui dedicò una bellissima lettera aperta - Lettera a D. Storia di un amore - pubblicata in Italia da Sellerio. Che cosa ci racconta Gorz, nel sofferto corpus della sua vita privata e sociale?
Ci racconta di come la proprietà privata dei mezzi di produzione e dunque il monopolio dell’offerta stia diventando impossibile: esempio eclatante, l’informatica, ché ognuno può utilizzarla «tanto spesso o raramente quanto desidera, senza che l’uso che se ne fa invada la libertà di altri di fare altrettanto». Ci racconta di come, sull’onda di questo cambiamento epocale, l’ecologia finisca troppo spesso con l’essere il campo dell’espertocrazia (che tende ad amministrare la natura) oppure della propaganda. Ci suggerisce, infine, una terza via: l’unità della vita, «l’idea che lavoro, cultura, comunicazione, piacere, soddisfazione dei bisogni e vita personale possano e debbano essere una cosa sola». Come? «Evitando di vendersi gli uni agli altri». Cioè - e in Ecologica Gorz fa proposte concretissime - con una revisione drammatica dell’attuale ruolo del lavoro e della tecnologia.
Ivan Illich era solito provocare: «Io non vivo su un pianeta». Intendeva che il suo mondo - quello dove poteva davvero intervenire, perché intervenire altrove significava tradire se stesso e indossare soltanto «la maschera dell’amore» - era tutto compreso nel suo sguardo e nelle persone a lui vicine. Similmente, il filosofo caraibico Eduard Glissant, in Poetica della relazione, chiama l’ambiente «l’intorno»; similmente Gandhi invitava a essere noi stessi, in loco, il cambiamento che legiferiamo per gli altri a mille miglia di distanza. Come dire, poca tele-dialettica, please, ma molti fatti.