Rugarli e il lessico famigliare delle piante

La tenue perversione che emanano le piante, l’aureola conturbante di esseri immobili la cui attività principale è bere il sole, crescere e spargere semi o pollini, si percepisce nelle pagine de I giardini incantati di Giampaolo Rugarli (Marsilio, pagg. 191, euro 14). Il libro, costituito da memorie domestiche dominate dalla figura della madre dell’autore, fu commissionato dall’Associazione delle Casse di Risparmio nel 1999, come strenna natalizia. Stampato in 500 copie, rimase inaccessibile alla quasi totalità dei lettori: l’iniziativa della casa editrice veneziana di riproporlo è dunque pienamente benvenuta.
I giardini incantati nasce dal ritrovamento del diario materno, un quadernetto che si apre nel 1926 con uno stornello («Fiore di campo/ santissimi dei dell’Olimpo/ fate che l’ami sempre finché campo») per chiudersi nel 1948 con l’edicola, degna di un Musil, di una bancarotta intellettuale: «L’alternativa ordine/disordine è troppo netta, troppo semplice: tra le due ipotesi c’è l’indeterminatezza». Vi sono molte altre cose stupefacenti nel diario, di cui Rugarli trascrive i passi più significativi inframezzandoli con le proprie considerazioni filiali fino a trasformarlo nella cronaca rievocatrice di un’intera stagione, gli anni del secondo conflitto mondiale. Ma ciò che colpisce di più, a parte la statura di colei che redige il journal, è la perfezione crepuscolare, morbosa e autoironica, con cui il mondo vegetale diventa metafora di quel che non si può dire apertamente. L’emancipazione femminile si farà attendere ancora cinquant’anni, ad una moglie non è consentito fare la voce grossa se il marito è assente; nemmeno se l’evanescenza maritale allude a probabili tradimenti. Meglio far parlare i fiori: «Vi era uno strano sentore sul fazzoletto che, stasera, lui ha lasciato cadere nel cesto dei panni da lavare. Forse calicanto. Calicanto: genere di piante esotiche i cui semi sono funesti ai cani e alle volpi; l’aroma, alle mogli che aspettano».
Non è raro però che il velame botanico perda il suo appiombo, e invece di filtrare, di attutire, getti una luce cruda sul disordine della natura. L’autore non tema, non vogliamo torcere il testo del diario fino ad estrarne qualche stilla sordamente carnevalesca, oppiacea; ma è difficile, di fronte alla rievocazione dei tentativi settecenteschi di classificare le specie vegetali, non riandare alla celebre pagina proustiana sulla sessualità delle piante per giudicarla infinitamente più morigerata: «Linneo ha considerato ogni cosa dal punto di vista dello stame, cioè dal punto di vista maschile. Ha elaborato una dozzina di classi (monoandria, diandria, triandria) quindi, vista l’inanità del tentativo, ha aggiunto una tredicesima classe (poliandria). Alla fine, quasi disperato, ha numerato a coppie (didinamia e tetradinamia) o a fasci (monoadelfia...) Arrivato alla ventiquattresima classe, si è arreso: vi erano fenomeni di bisessualità, di ermafroditismo, vi erano mille stravaganze, inclusi funghi alghe licheni...». Non a caso Enzensbeger imprigiona Linneo nel suo Mausoleum, la raggelante serie di ballate destinata a smascherare gli eroi della scienza per rivelarne la follia e il grottesco.
Anche in questi Giardini incantati, del resto, l’ultima parola sembra appartenere al caos: «Si può classificare solo il disordine, ossia non si può classificare niente». Sembra una contraddizione di termini e invece è solo l’ammissione che l’ordine, l’isterico desiderio di classificare, uccidendo il suo oggetto uccide anche se stesso.