Ruggero Savinio, se l’arte è un problema di famiglia

Parla l’ultimo dei De Chirico, un «casato» della pittura e della scrittura, e racconta della sua infanzia, del suo andare a bottega, dei rapporti tra padre e zio e del mestiere d’artista

La mostra che si è appena aperta al Museo Michetti di Francavilla al Mare («La famiglia De Chirico - I geni della pittura. Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Ruggero Savinio») testimonia della potente vocazione di un casato alla pittura, e della consacrazione ad essa, sfidando il tempo, le consorterie, le mode. Ruggero Savinio, figlio di Alberto e nipote di Giorgio De Chirico è l’ultimo di una grande famiglia di pittori, ma in fondo è come se fosse anche il primo, se è vero che ogni personalità artistica fa storia a sé. Pensiamo agli esempi più noti del passato, alle famiglie di pittori del Cinque o del Seicento, in cui si trattava, sì, di un apprendistato del più giovane rispetto al più vecchio, ma poi di una rete sottile di interscambi, di influenze reciproche. Ma com’è avvenuto l’apprendistato dell’ultimo artista della famiglia De Chirico, il suo «andare a bottega»?
«È avvenuto naturalmente - risponde Ruggero Savinio - io ho avuto un’infanzia a contatto con la pittura, sia in casa, vedendo lavorare mio padre Alberto, sia, da adolescente, frequentando lo studio di mio zio De Chirico, che allora viveva a Roma, in Piazza di Spagna. Lo raggiungevo nel pomeriggio, e lui mi metteva a disegnare o dipingere, facendomi fare, ad esempio, delle copie dall’antico. Ma il maggior insegnamento era stare accanto a lui, osservarlo lavorare. Devo anche dire che in quel periodo rappresentavo il tramite inconsapevole di un riavvicinamento tra i due fratelli, il cui rapporto si era, come dire, un po’ allentato. Non, però, che mancassero enorme stima e affetto reciproci: cito sempre un bigliettino che mio padre mi scrisse allora da Milano, dove abitava: “So che vai dallo zio e ne sono contento: è un grande uomo, oltre che un grande pittore”. Un altro episodio - un po’ imbarazzante per me - mi vede un giorno nello studio di mio padre (a Roma, in viale Bruno Buozzi, dove è previsto di apporre entro breve una lapide); presentandomi a un suo amico, disse: “Vorrei che Ruggero diventasse un grande uomo, o almeno un grande pittore”. Simbolico, quell’“almeno”, e pesante viatico a cui adeguarsi, non crede?
«E a proposito della differenza artistica tra i due fratelli, nel catalogo della mostra di Francavilla, riferisco un giudizio di mio padre sulla cosiddetta “involuzione” della pittura di De Chirico: la sua spiegazione - la più corretta, secondo me - era che essendo De Chirico di sua natura un pittore poeta, a un certo punto volle essere un pittore pittore, ovvero scegliersi i suoi modelli tra Rubens, Delacroix ecc. Invece mio padre dichiarava di essere “un pittore al di là della pittura”, a lui la pittura interessava come un mezzo, più che come un fine, uno dei tanti linguaggi che sapeva parlare. Eppure, paradossalmente, Alberto Savinio risulta più pittore di suo fratello: in senso fisico, dico, per la grande fisicità del suo segno pittorico; del resto la sua stessa scrittura è molto plastica, e così la sua musica. Quando cominciò a dipingere, nel 1925, e De Chirico era già a Parigi, mio padre da Roma, prima di raggiungerlo di lì a pochi mesi, gli mandò dei suoi lavori perché li facesse vedere in giro (essendo la pittura il loro mezzo di sussistenza, intendeva crearsi un mercato a Parigi prima di trasferircisi), e mio zio gli suggeriva di essere meno forte nei contrasti, di addolcire: ma la forza di espressione è proprio una caratteristica di mio padre».
Lei scrive in Autoritratto, uno dei brani del suo libro Tra casa e bottega: «Se uno sforzo ho dovuto fare è \ di non soccombere al peso di figure parentali così ingombranti per un artista giovinetto»: credo che la sua intera vita - di pittore, ma anche di uomo - sia stato un fare i conti con la grande tradizione alle sue spalle e al contempo un continuo rinnovarla, seguendo dettami e modalità sue e soltanto sue, univoche e irripetibili.
«Questo è vero, e ci penso molto spesso, perché ogni volta che mi presento in pubblico la domanda sul rapporto coi miei è fatale: ma la mia famiglia fa parte di una tradizione che è la tradizione di tutti. E accanto ad essa me ne sono create delle altre, nel corso della vita».
Lei è anche scrittore (anche questo nella tradizione familiare, dunque): una letteratura, la sua, impastata di pittura, in un fondersi di arti sorelle in cui a tratti nessuna sembra predominare. Oppure ho detto una sciocchezza?
«No, non mi sembra per nulla una sciocchezza: quello che mi capita di scrivere gira sempre intorno ad alcuni nodi centrali, da una parte la mia autobiografia, ciò che vivo; e ciò che vivo ruota attorno alla pittura, che è il grande tema della mia vita. Attraverso la pittura mi sforzo di guardare il mondo, è per me un punto di osservazione che mi permette di vedere tutto il resto».
Penso a libri come il recente La Galleria d’Arte Moderna o il già citato Tra casa e bottega, ma anche ai precedenti, i bellissimi Il cuore luminoso delle cose o Ombra portata: riflessione sulla pittura, la propria e la altrui, personalissima rivisitazione dei pittori che ha amato, e soprattutto il dar conto del trascolorare dei propri sentimenti rispetto all’arte. Lei ci dimostra che un artista di vaglia non dà mai nulla per assodato, è sempre pronto a riutilizzare la materia pittorica in modo eternamente rinnovato. Ci parli della sua «famiglia allargata», come ho definito in un mio saggio la schiera di coloro che l’hanno preceduta nell’arte.
«Be’, è una domanda che necessiterebbe di un volume. Spesso mi hanno attribuito come riferimento Odilon Redon, un pittore che invece non ho mai particolarmente amato (sennonché di recente ho cominciato a guardarlo con più attenzione per via di un piccolo quadro al museo dell’Ermitage). Pittori ai quali guardo sempre con molto interesse sono Bonnard, e ancor più Vuillard, più vicino a noi, con un maggior elemento drammatico. Altro pittore a cui penso spesso è Hans von Marès, un tedesco vissuto in Italia e morto a Roma (a lui si devono, tra l’altro, i begli affreschi dell’Acquario di Napoli), che ha compiuto un efficace tentativo di rimettere in piedi un classicismo moderno, aprendo la via ad ulteriori esiti (quelli di Sironi, ad esempio)».
Il «mestiere» del pittore, appunto; e la «materia» che dilaga sulla tela, s’impasta con la luce, assorbe le ombre che esalano a loro volta riverberi ardenti. Traggo dal poemetto La Galleria d’Arte Moderna: «\ prese a manipolare la pittura / Con un sempre maggiore abbandono / Senza volere o sapere arginare / L’avanzata del fiotto materiale / Schizzato fuor dei tubi e dilagante / Dappertutto, sopra la tavolozza, / Sulle tele e anche sul pavimento, / Sopra i muri e nei punti più segreti / Del suo corpo votato d’ora in poi / E offerto alla pittura come una / Sacrificale vittima \». Spieghi ciò che è per lei questo concetto di «materia».
«I pittori che le ho citato li ho messi in relazione con la materia, intendendo il legame tra la loro tonalità affettiva, la loro malinconia e la materia. Il rapporto di un pittore col mondo passa attraverso la manipolazione di elementi più terrestri, la materia appunto. E credo che nella modernità un tale rapporto sia stato messo da parte, la modernità va verso la simbolizzazione, si discosta dal rapporto più fisico col mondo. Anche il linguaggio ha una sua base fisica, che viene sempre più dimenticata. Ecco, al pittore è dato di salvaguardare la fisicità di rapporto col mondo, perché fa parte del suo essere pittore in senso più profondo, più immediato».
Torno in ultimo su un concetto che mi pare fondamentale, per comprendere il suo lavoro: quello di «abbandono». Anche qui mi soccorrono i suoi scritti: in Malinconia lei insegna che nell’arte «il raggiungimento non deve essere cercato alla fine di un percorso, anche se esitante aggrovigliato e casuale, ma \ esso ci sta costantemente vicino, a portata, solo che dimettiamo ogni volontà di conquista, e forse ogni volontà addirittura».
«È l’insegnamento che ci viene da tutte le sapienze millenarie, una cosa molto difficile da raggiungere, ma credo debba essere la nostra aspirazione. Ad esempio, quando dipingi un quadro, a un certo punto capisci che è finito; non c’è nessuna compiutezza esplicita però c’è un senso di pienezza. La cultura religiosa la chiama “grazia”; è a questo senso di pienezza che occorre abbandonarsi».