«La Russia sarà una potenza del business»

«In caso di liti tra Bruxelles e Washington, noi staremo con la Ue»

Marcello Foa

nostro inviato a Mosca

È uno dei politologi russi più brillanti, ma soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati al Cremlino. L'uomo giusto per capire che cosa voglia davvero una Russia che l’Occidente improvvisamente non ama più. Una Russia che improvvisamente riscopre l’orgoglio della superpotenza e che sulla scena internazionale ricomincia a far la voce grossa, forte delle sue immense riserve di gas, petrolio e materie prime che, agli attuali livelli di prezzo, l’hanno resa ricca. Mosca strepita, scalcia, risponde a tono a chi la critica. È più che mai decisa a difendere la propria sfera d’influenza nell’ex Unione sovietica, se necessario ricorrendo al ricatto energetico, come ha fatto con l’Ucraina lo scorso dicembre. Washington non ama più Putin e non è difficile capire perché. Eppure è questa Russia che tra pochi giorni a San Pietroburgo ospiterà, per la prima volta, la riunione annuale dei leader degli otto Paesi industrializzati, il cosiddetto G8. Gli occhi saranno puntati sullo «zar Vladimir» per capire dove stia andando il suo Paese e, soprattutto, se abbia davvero ambizioni neoimperiali, come sospettano diversi occidentali.
Serghei Markov ci aspetta in un ristorante italiano sulla piazza Pushkin, nel centro di Mosca. Parla del presidente con grande rispetto chiamandolo Vladimir Vladimirovic - con il patronimico, come si usa qui - senza mai attribuirsi meriti specifici.
Gli leggiamo l’ennesimo titolo del Wall Street Journal che denuncia «l’arroganza e l’inaffidabilità» della Russia. Markov scuote la testa sorridendo. «Gli occidentali ci accusano di aver cambiato linea, ma non è affatto vero. Quando fu eletto presidente, Putin aveva due priorità: primo, trasformare la Russia in un Paese moderno, con un’economia molto sviluppata, orientata al business e integrata in quella internazionale. Secondo, difendere gli interessi nazionali, dimostrandosi pienamente indipendente e trattando alla pari con gli Usa o con la Cina. La differenza è che fino al 2004 questi princìpi erano proclamati ma di fatto non applicati, ora - spiega - il Cremlino ha deciso di renderli effettivi. Per questo nascono le tensioni».
Il consigliere di Vladimir dimostra di avere le idee molto chiare. Quando parla di «piena indipendenza» spiega che la Russia non può essere come l’Italia e il Giappone, «due Paesi subordinati a Washington», e non esita a ribaltare il problema dei rapporti tra Mosca e l’Occidente: non è la Russia a minacciare gli Usa, ma sono quest’ultimi a utilizzare toni sempre più duri con il Cremlino, costringendolo a difendersi.
Markov è molto attento nel distinguere gli Stati Uniti dall’Unione Europea. «Vladimir Vladimirovic è convinto che la Russia faccia parte dell’Europa e vuole stabilire con essa legami molti forti». Cita il regista Sakurov che ripeteva che i russi «conoscono e amano l’Europa, più di quanto l’Europa ami e conosca la Russia». Ma poi insiste sostenendo che tra i politici occidentali «permangono miti che impediscono un autentico avvicinamento». Due in particolare: «Il primo risale alla Guerra fredda: la Russia continua a essere vista come un Paese ostile, da trattare con diffidenza. Il secondo invece è degli anni Novanta quando il nostro Paese appariva debole e dunque poteva essere ignorato». Putin ora pretende che il suo Paese venga rispettato ed è intenzionato a usare ogni mezzo per far valere i suoi diritti. «Dovete abituarvi all’idea di un contrasto tra gli interessi russi e quelli statunitensi».
Markov usa un linguaggio da economista, non casualmente. Sa che la Guerra Fredda è finita e non tornerà più, anche perché Mosca non ha più le risorse militari per rivaleggiare con il Pentagono, come accadeva ai tempi dell’Urss. È consapevole che la vera partita si gioca sul piano economico. «Gli Usa utilizzano le regole del mercato per esercitare un’influenza negli altri Paesi, imponendo vincoli morali e finanziari», afferma il presidente dell’Istituto delle ricerche politiche. Fa una pausa e continua. «Ci chiedono di liberalizzare velocemente il mercato delle assicurazioni. Ma questo settore sostiene le banche russe, che non sono pronte a reggere la concorrenza di compagnie straniere. Per quale ragione dovremmo accettare che tutto il settore finanziario finisca in mano ai grandi gruppi americani?».
Lo stesso discorso vale per le tariffe sulle importazioni degli aerei. Lo scopo di Washington è evidente: vuole che siano ridotte per favorire la Boeing. «Ma in Russia è il settore aeronautico a sostenere quello spaziale. Se cediamo - spiega - rinunciamo a essere presenti nel cosmo e dunque subiamo un danno strategico».
Mosca non apre. Anzi, chiude e rilancia. Il business è il punto di forza degli americani? Diventerà quello dei russi. «Il Cremlino vuole che fra tre anni Gazprom diventi la società più grande al mondo (ora è al terzo posto). E chiede che altre sette società russe entrino nella classifica delle Top cento. Si tratta di Rosneft, Surgutneftgas, Norilsky Nikel, Russky Aluminy e di tre banche: Vyeshtorgbank, Vnesheconombank, Sberbank». Lo schema è quello, consueto, di questi tempi a Mosca: il governo controlla il 50,01%, il restante 49,99% viene privatizzato.
Il Cremlino lo considera liberalismo, a noi sembra più capitalismo di Stato. Questione di punti di vista, come sempre. Anche sul tema della sicurezza energetica che sarà sul tavolo del G8. «Noi pensiamo che il fatto che il Cremlino controlli la Gazprom sia una garanzia; gli americani invece pensano il contrario. E mirano ad aprire il mercato russo dell’energia per renderlo accessibile ai colossi petroliferi statunitensi». Una richiesta a cui Mosca non acconsentirà mai.
Markov giura che al summit di San Pietroburgo Putin eviterà polemiche con gli altri Paesi. Chi si aspetta annunci sensazionali rimarrà deluso. «Il suo obiettivo è di essere considerato a pieno titolo un membro del G8 e dunque farà di tutto affinché il vertice riesca. Non cercherà di imporre la propria agenda, ma tenderà a privilegiare la diplomazia e le migliori tradizioni dell’ospitalità russa». Un padrone di casa esemplare, insomma. Almeno per 48 ore.
Prima di salutare Markov, gli chiedo se sia vero, come scrivono alcuni analisti americani, che la Russia stia volutamente creando un cuneo tra gli Usa e l’Europa, avvalendosi dell’«arma del gas». Lui non si fa pregare. «Se in futuro emergeranno conflitti di interessi tra Bruxelles e Washington, noi staremo della parte della Ue». Il regista Sakurov aveva ragione: la Russia ama davvero l’Europa. Forse, fin troppo.
marcello.foa@ilgiornale.it