IL SACCO DI ROMA? È GIÀ COMINCIATO

Anche la stampa e le tv, anticipate da associazioni e uomini di cultura, cominciano ad accorgersi del «sacco» urbanistico da me preannunciato, di fronte alle prime concrete manifestazioni di operazioni da tempo maturate, fra le più sciagurate della storia della città. Prima di entrare nel merito, va evidenziata una contraddizione di fondo, la cui generalizzazione conferisce loro l’attributo di «sacco», termine che non mi appartiene ma con il quale si è soliti definire veri o presunti abusi urbanistici. La contraddizione sta nel fatto che ampie parti della città esterne al centro antico ma ormai «storiche» e, comunque, conformate e compiute urbanisticamente, che il Prg vigente destinava a zona B, nel nuovo Piano in corso di approvazione sono state più opportunamente definite «città storica» o «città consolidata», ponendo conseguenti vincoli alle trasformazioni edilizie. Come dichiarai pubblicamente, le analisi sui vari tessuti della città esistente mi erano apparse l’unico aspetto positivo del nuovo Piano. Confermato il significato del primo termine, il secondo sta a significare insiemi urbani compiuti e unitari e non episodi edilizi singoli e indipendenti per i quali s’intende mantenere pesi urbanistici (cioè consistenza edilizia attuale), immagine (aspetto architettonico), equilibri urbanistici (cubature o meglio superfici utili degli edifici), funzioni (private o pubbliche), almeno quando non si prevedono nuovi interventi infrastrutturali (trasporti pubblici, viabilità, rete fognante ecc.), capaci di sostenere i cambiamenti. Invece, in queste zone si verificano sempre più spesso trasformazioni, soprattutto in aree già demaniali o comunali con impianti pubblici dismessi, che modificano radicalmente tutti gli aspetti citati a fini puramente speculativi. Vedi l’ex Fiera di Roma, le aree cedute per usucapione in piazza dei Navigatori, l’ex ministero delle Finanze e il velodromo all’Eur, le rimesse dell’Atac, i depositi dell’Ama. In tutti questi casi aumentano i pesi urbanistici (in termini di residenti e addetti ad attività lavorative) per le eccessive densità edilizie adottate, cambia l’immagine per le nuove forme architettoniche (in genere di dubbio valore), si alterano gli equilibri urbanistici in termini di traffico e domanda di trasporti pubblici, parcheggi, servizi, verde; le funzioni pubbliche, se non più necessarie, non sono sostituite da quelle nuove emergenti o dagli aumenti di spazi richiesti da quelle esistenti. Questi interventi non solo non migliorano le situazioni attuali, spesso già aggravate da notevole «congestione urbanistica» per errori passati, ma le peggiorano irreparabilmente. Sono vere e proprie speculazioni alle quali l’attributo di «pubbliche» non toglie nulla alle negative conseguenze urbanistiche delle operazioni. L’esperienza indica quanto sia più difficile «trattare» con i nuovi operatori pseudopubblici piuttosto che con quelli delle vecchie, detestate società immobiliari private.
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