Sagome scure che cercano la luce

Un singolare rapporto fra le scarnificate sculture di Gianni Bucher e le drammatiche silhouette di Armando Fettolini, esposte al Palazzo De Capitani

Proseguendo nella nostra ricerca sulla vitalità della provincia dell'arte italiana, ci siamo imbattuti, a Concorezzo (Milano) nella mostra di Gianni Bucher ed Armando Fettolini: scultore il primo, pittore il secondo. C’interessa questa mostra («Dell’Uomo, il corpo, l’aura, la ferita» al Palazzo De Capitani) perché è un tipico esempio di chi intende l’arte come prassi quotidiana, come humus esistenziale, e non si cura di tutte le manie che, periodicamente affliggono il settore, come l’esterofilia della Biennale di Venezia, per esempio...
Sia Bucher sia Fettolini, che hanno alle spalle anni ed anni di lavoro silenzioso, hanno capito da tempo che il «sistema arte» non è meritocratico, ma piuttosto per gran parte dedito alle genuflessioni, pratica che non hanno mai voluto seguire. Anzi, Bucher (che dei due è il più adulto) già negli anni Ottanta era ritenuto talmente bravo nel suo lavoro (è stato a lungo anche medaglista) che molte fonderie lo chiamavano per «ripassare» le cere finali delle fusioni di alcuni grandi maestri. Ciò nonostante, non si è mai montato la testa ma ha continuato a lavorare lontano dai riflettori. Le sue sculture degli anni Settanta già erano un urlo: un urlo esistenziale lacerante. Lunghi corpi, filiformi, vissuti e scarnificati, spesso senza gli arti, a significare l’impotenza dell’uomo-numero, intruppato nel marasma di una società dei consumi.
Poi, con il passare degli anni questi suoi corpi sono passati attraverso una sintesi formale che li ha ridefiniti e sono divenuti puri volumi che dialogano con lo spazio che li circonda. Luciano Caramel, che aveva visto i suoi lavori una decina di anni fa ne era rimasto entusiasta, ma poi, per chissà quali cause, non se ne fece nulla. E Bucher, pragmatico, continuò a lavorare e ad esporre, in Italia ma ancor più all’estero. Qualche tempo fa l’incontro con Armando Fettolini, di oltre vent’anni più giovane. Veniva da una formazione pittorica surrealista, con echi magrittiani, poi sempre più volta ad un deciso iperrealismo, ma quando s’incontrarono aveva già definito una sua particolare cifra stilistica che proprio nei contenuti ben si amalgamava con il lavoro di Bucher: l’Uomo, con i suoi dubbi e le sue incertezze interiori. E se Bucher stava già lasciando la riconoscibilità, Fettolini invece l’ha elevata a nucleo centrale del suo lavoro. Le sue, quindi, piuttosto che figure sono sagome, silhouette, spesso poste di profilo su fondali «vissuti», come fossero degli antichi geroglifici. Sono sagome nere perché sono uomini che stanno esalando l’anima. È la perdita della luce, della speranza, di un’umanità alla quale s’è spremuto tutto, in nome del profitto e dietro il paravento delle più nobili cause. Ma questi uomini spogliati di tutto tendono comunque a volgersi verso il cielo perché in loro c’è sempre la speranza dei «giusti».