La Sagrada Familia tradotta in giapponese

L’architetto Etsuro Sotoo ha il compito di terminare l’opera incompiuta di Gaudí. Anche lui, come il grande catalano, è un mistico: «Il tempo è nelle mani di Dio»

Miriam D'Ambrosio È arrivato in Europa dall’Estremo Oriente negli anni Settanta, perché voleva «interrogare le pietre», conoscere l’architettura di un altro continente che per creare, lodare, custodire, usava la pietra, materia viva. Etsuro Sotoo partì dal Giappone e si fermò in Germania per arrivare nel 1978 a Barcellona e lì incontrare l’opera di Antoni Gaudì e la sua Sagrada Familia, l’ultima delle cattedrali.
Un cantiere aperto, un miracolo tangibile, la leggerezza dell’anima che trascende la pesantezza del corpo, lo sforzo della pietra che si lancia verso il cielo come albero, radice, ricamo, preghiera.
La «cattedrale dei poveri» (costruita con le offerte dei fedeli), fu pensata dall’unico architetto dell’età moderna che ha dedicato la vita a un progetto anacronistico, tipico dei secoli del Medioevo, quando la pietra veniva messa al servizio dello spirito e lo esaltava. E gli architetti-scultori disegnavano, dirigevano lavori, tramandavano, scolpivano con sudore e sangue, mentre le cattedrali lievitavano nei decenni.
Gaudì ha lasciato ai successori un’idea, ha lasciato delle indicazioni e la libertà di interpretare, plasmare la sua opera incompiuta. Una strada aperta che da oltre vent’anni l’architetto giapponese Etsuro Sotoo, 53 anni, laureato all’Accademia di Architettura di Kyoto, segue, «guardando dove Gaudì guardava», verso l’alto, lavorando la pietra come terreno in cui è possibile l’incontro tra Dio e l’uomo, tra creatore e creatura.
Maestro, cosa la affascinò di più la prima volta che vide la Sagrada Familia, e quali furono le sue sensazioni all’inizio dei lavori?
«Quello che mi è piaciuto di più sono stati i blocchi di pietra della cattedrale, perché quello che mi ha portato in Europa è la pietra. E per questo amore sono arrivato alla Sagrada Familia. Ogni giorno sul lavoro pensavo a che cosa avrebbe fatto Gaudì, volevo accostarmi il più possibile a lui, e lui mi ha presentato nel tempo il Signore Gesù. Durante il mio percorso ho incontrato grandi compagni che sono diventati buoni amici, e questi incontri ancora mi danno forza, perché mi convincono che il mio cammino non era sbagliato. Ma resta un cammino incompiuto».
Si dice che la cattedrale sarà terminata intorno al 2020. Lei afferma che questo nostro tempo impone sempre una conclusione a tutto, ma aggiunge che in natura concludere non è altro che morire.
«Chi ha detto che la cattedrale non è finita, e chi può dire quando lo sarà? Lavoriamo con fervore ogni giorno, costantemente. C’è chi scrive che la Sagrada Familia sarà compiuta nel 2007, chi nel 2008, chi oltre. Noi dobbiamo solo lavorare, il tempo è tutto nelle mani di Dio. I calcoli sono matematici ma l’amore non è matematica. Se si misura senza amore si sbaglia sempre, e noi uomini non sappiamo misurare. Gaudì lo sapeva: prima viene l’amore poi la tecnica».
All’inizio lei si accostò all'opera realizzando frutta e foglie, nel rispetto totale del pensiero di Gaudì che imitava le forme naturali e diceva: «Il mio maestro è l’albero del giardino di fronte alla mia finestra». Poi, lei ha creato i quindici magnifici angeli della facciata della Natività. È stato un crescendo, un partire dal piccolo verso il grande, per una sorta di pudore?
«Gli angeli sono un’opera vistosa, pesano quattro tonnellate, ma non si deve pensare che siano più importanti di foglie e frutta. Non esiste l’architetto grande che fa cose grandi. Io realizzo l’angelo con lo stesso amore con cui faccio un blocco di pietra nascosto nel muro. Il piccolo e il grande hanno uguale importanza. In ogni lavoro c’è la stessa responsabilità ed energia».
Nel 1991 lei si è convertito alla religione cattolica e ha ricevuto il battesimo. Solo un credente avrebbe potuto interpretare lo spirito di Antoni Gaudì, rispettarlo e portare avanti la sua opera?
«Questo è il problema attuale e quotidiano. I giovani architetti che lavorano alla Sagrada non sono molto credenti, alcuni non lo sono affatto. Ma ogni giorno mi confronto con le loro idee, è crescita. Dio è comunque dentro di noi e dà forza alle parole e ai gesti. Parliamo, discutiamo. Chi crede non deve dimenticare mai l’umiltà, la migliore difesa e scudo contro il male. A volte si pensa che se tutti fossimo credenti sarebbe più semplice comunicare, capirsi. Ma non è così».
C’è un bel clima tra tutti gli architetti, scultori, artigiani che lavorano alla cattedrale?
«Il clima è meraviglioso e loro cercano di farmi felice quando vado in atelier e li “disturbo” parlando, mentre loro vogliono lavorare e sorprendermi. E questo è commovente, è come una grande famiglia. Esiste un momento segreto in cui chi crea non sa ancora cosa nascerà. È un momento magico che porta a non sentire la fatica del lavoro e a scoprire di noi quello che ancora non conosciamo. Chi lavora alla Sagrada potrebbe andare avanti per un giorno intero senza neanche essere pagato. In centoventiquattro anni di cantiere aperto non c’è mai stata disarmonia né incidenti mortali. E questo è un miracolo. La bellezza, la verità non è l’opera finita ma il lavoro continuo, pieno di vitalità. Questo è un altro miracolo della Sagrada Familia».
Sotoo, l’amante della pietra, il discepolo di Gaudì che ha conosciuto il maestro e la sua anima dalla sua arte, ne segue le tracce e mette in pratica la frase di Antoni: «Nella Sagrada Familia tutto è frutto della Provvidenza», delle elemosine che andava chiedendo fino alla fine della sua vita per le vie di Barcellona: «Un centesimo per amore di Dio». Etsuro Sotoo ha lasciato il Giappone per stabilirsi in Spagna, vivendo tra due culture molto distanti.
«Ma l’incontro-scontro di due culture diverse ha generato la scintilla», sorride e indica una scultura splendida, una sua creatura piena di luce e colore. Un grappolo di frutta, un enorme fiore, un ananas, un tronco germogliato, offerto al cielo di Barcellona. La fusione felice di elemento decorativo ed elemento portante, inscindibili.
«Il materiale lo aveva già indicato Gaudì - spiega l’architetto - si tratta di mosaici veneziani». Un trionfo di giallo, rosso e verde, frutta matura, preghiera allegra come il pensiero di un bambino.