Come si vive (e si risparmia) vicino al mangiarifiuti più grande d'Italia

La ciminiera azzurra è il benvenuto che Brescia dà agli automobilisti di passaggio sull'autostrada. Le geometrie lineari disegnate dall'archistar austriaco Jorrit Tornquist non suscitano grandi emozioni, ma non sono accessori «vintage», secondo la definizione che ne ha dato il vicepremier Luigi Di Maio. Non sono vintage nemmeno i 45,2 milioni di euro che la città di Brescia ha incassato soltanto nel 2018 da A2a, società proprietaria dell'impianto, grazie anche al contributo della ciminiera e della montagna di rifiuti bruciati lì sotto. E sono d'attualità anche gli sconti sulla Tari di cui beneficiano tutti i contribuenti cittadini: le tariffe per la raccolta dei rifiuti sono inferiori del 35 per cento alla media nazionale.
A nessuno piace avere un inceneritore sotto casa. Ma sulla bilancia dei giudizi vanno messi tutti i fattori in gioco. E a Brescia il peso della sicurezza unito a quello della convenienza è ancora prevalente. L'impianto il maggiore d'Italia - che ingoia ogni anno 710mila tonnellate di scarti produce reddito, consente risparmi, ricicla i rifiuti di cui si nutre ricavando energia elettrica e calore per oltre metà degli appartamenti cittadini. Evita le discariche e i loro rischi, toglie le caldaie domestiche da migliaia di abitazioni. È garantito da controlli costanti e trasparenti: chiunque può controllare sul web i valori delle emissioni e verificare che sono largamente inferiori ai limiti imposti dalle autorizzazioni ambientali.
Via Codignole, periferia sudovest della città della Leonessa. L'aspetto di una fabbrica, grandi vetrate, l'enorme camino e le mura di cemento tinteggiate di un azzurro spento che vorrebbe confondersi con il cielo. A2a, azienda quotata in Borsa nata dalla fusione delle municipalizzate di Milano e Brescia, lo chiama termoutilizzatore. Il nome è un dettaglio significativo. «Inceneritore» è un po' poco, perché in effetti qui i rifiuti non diventano cenere, fumo e basta: forniscono luce, calore, un po' di benessere. Ma «termovalorizzatore», con quel richiamo al valore, è sembrato un tantino roboante. I lombardi hanno scelto una pragmatica via di mezzo a sottolineare che il rifiuto si può reimpiegare.

I camion in fila

Qui scaricano ogni giorno 150 camion: dalle case arrivano i rifiuti urbani indifferenziati, il «secco» non riciclabile, mentre da aziende e attività commerciali i rifiuti speciali non pericolosi e non recuperabili. Il termoutilizzatore presuppone un'efficiente raccolta differenziata a monte, cioè in città e nelle aree produttive. Con la differenziata bisogna prenderci la mano. L'umido va nei cassonetti stradali di colore marron, chiuso in sacchetti compostabili. Vetro e metalli nei cassonetti verdi se si abita in centro storico, nei bidoncini verdi nelle altre zone. La carta in sacchetti di cartoncino o nei bidoni blu, la plastica nei sacchetti gialli. Carta, plastica e parte del vetro si raccolgono porta a porta. Tutti gli altri rifiuti, non differenziabili, finiscono nei cassonetti grigi. I contenitori si aprono con una tessera elettronica anti furbetti: la tracciabilità ha raggiunto anche la spazzatura. Guai a scendere in strada senza averla in tasca. E guai a riempire troppo i sacchetti perché rischierebbero di non passare dalla calotta di apertura.
Tutto ha un costo: pattumiere, sacchi e sacchetti multicolore, bidoni carrellati, perfino la tessera apricassonetto. L'enorme sforzo differenziatore trova un senso in questo angolo di campagna. Della montagna di scarti diligentemente separati dai bresciani, sono destinati qui soltanto quelli raccolti nei cassonetti grigi. È la parte che non può essere ulteriormente riciclata. La loro sorte sarebbe essere sepolti in una discarica: invece, in un termovalorizzatore anche il più inutile dei rifiuti recupera un significato perché si trasforma in energia. Si recuperano anche gli ultimi residui. I materiali ferrosi vengono separati dalle ceneri con elettrocalamite e venduti ai cementifici; la cenere e le polveri diventano bitume per sottofondi stradali.

Riscaldamento per tutti

Il pattume urbano arriva per il 30 per cento da Brescia e per il resto dalla Lombardia; i rifiuti speciali sono lombardi al 70 per cento mentre il restante 30 proviene da fuori regione. Così foraggiato, ogni anno il termoutilizzatore produce 610 gigawattora di energia elettrica, pari al consumo di oltre 200mila famiglie, e 800 gigawattora di energia termica che viene immessa in una delle più estese reti di teleriscaldamento italiane, lunga 670 chilometri, che fornisce acqua calda e calore al 70 per cento degli edifici cittadini. La rete di teleriscaldamento risale ai primi Anni 70, quindi precede di 30 anni il cogeneratore entrato in funzione nel 2001; all'inizio essa funzionava a metano, poi anche a olio combustibile e carbone, indifferentemente: oggi va a rifiuti, materia prima inesauribile e a costo zero, e inquina meno rispetto a centinaia di migliaia di piccole caldaie domestiche. Si calcola che l'inceneritore bresciano eviti l'immissione in atmosfera di 530mila tonnellate l'anno di anidride carbonica.

Le linee di fuoco sono tre, mai utilizzate a piena potenza per tenere una riserva in caso di emergenze. Sono in corso interventi per aumentare la produzione di energia di altri 150 gigawattora per il teleriscaldamento recuperando anche i fumi di combustione, in modo da avere una migliore efficacia senza aumentare la potenza. Metà degli investimenti nell'impianto, che è costato 500 milioni di euro, riguardano la depurazione dei gas prodotti dalla combustione e i sistemi di protezione ambientale. Sono in funzione 24 ore su 24 sei centraline automatiche di monitoraggio delle emissioni che lavorano come laboratori chimici, effettuando analisi in tempo reale. Le emissioni sono largamente inferiori ai limiti indicati nell'autorizzazione integrata ambientale. I valori sono a disposizione su internet ma anche in città, su alcuni totem elettronici che visualizzano i parametri.

Impianto vintage? Il problema al momento non si pone perché c'è sempre una frazione di rifiuti non riciclabili ed è più opportuno incenerirli trasformandoli in energia piuttosto che seppellirli in una discarica o spedirli (a pagamento) all'estero. La direttiva europea che disciplina lo smaltimento piazza i termovalorizzatori al penultimo posto nella scala delle preferenze, prima delle discariche: meglio rifiuti bruciati che sottoterra. D'altra parte, dei 22 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e speciali prodotti ogni anno dalla Lombardia, soltanto 2,1 milioni di tonnellate (il 10 per cento) finiscono nei 13 inceneritori regionali: 1,1 milioni di rifiuti urbani e 1 milione di rifiuti speciali. In regione la percentuale di raccolta differenziata è pari al 68 per cento contro una media nazionale del 52. Il vero vintage è chi usa i rimedi della nonna e smaltisce gli scarti bruciandoli sotto casa o nelle campagne. E chi sborsa fior di quattrini per trasportare lontano i rifiuti invece che fare come Milano e Brescia: incenerirli, abbattere la bolletta energetica e incassare dividendi in Borsa.

Commenti
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giovinap

Mer, 28/11/2018 - 16:05

a me questo articolo sembra l'apologia dell'inquinamento atmosferico! basato sulla necessità e la voglia di risparmio dei cittadini di brescia e limitrofi!

Ritratto di pao58

pao58

Gio, 29/11/2018 - 11:19

Allora vuol dire che non sai leggere o - peggio - non vuoi leggere... Torna a surriento a bruciare cassonetti, noi siamo vintage...