Come salvare l’intestino

«Si manifestano recidive nel 30-60% dei casi entro 5 anni, frequente la stenosi», afferma il professor Bianchi Porro

Ignazio Mormino

Il contributo italiano alla ricerca gastroenterologica è molto qualificato. La scuola del professor Gabriele Bianchi Porro (cattedratico all’ospedale Sacco di Milano) è tra quelle che vantano un alto numero di pubblicazioni sulle più quotate riviste internazionali: le più recenti sono apparse su Gastroenterology e su Gut.
La stessa scuola, inoltre, pubblica ogni anno un volume dedicato alle malattie infiammatorie intestinali. Il più recente è quello del 2005 (autori Bianchi Porro, Ardizzone e Colombo, edizioni Nomos) che contiene studi di grande interesse dovuti a specialisti di tutto il mondo. Spiccano, in questa raccolta, i contributi del professor Hugot di Parigi, relativi alle modificazioni genetiche che accompagnano il morbo di Crohn, e quelli del professor Ochard di Londra, che affronta il problema delle alterazioni reumatologiche nei soggetti colpiti da malattie infiammatorie intestinali; ma vi sono anche gli autori italiani.
Le malattie infiammatorie intestinali sono malattie geneticamente complesse, che coinvolgono numerosi geni, sia nella predisposizione alla malattia sia nel determinare il suo emendamento clinico. Il morbo di Crohn resta al centro dell’attenzione, per l’alto numero di ricerche che ha ispirato. Il professor Bianchi Porro e i suoi più vicini collaboratori gli dedicano quindici pagine di questo volume, affrontando un tema di grande interesse: le complicanze stenotiche (e la loro prevenzione).
Negli ultimi dieci anni, infatti, si è molto scritto sull’identificazione dei fattori di rischio di recidiva del morbo di Crohn successiva a un intervento chirurgico di resezione del tratto intestinale interessato. I tassi più alti di recidiva (dal 30 al 60 per cento nei cinque anni successivi) sono stati osservati dopo le anastomosi ileo-coliche. È stato accertato che nei fumatori tali recidive sono frequenti.
È possibile prevenire, con un’adeguata terapia farmacologica, queste recidive? Gli autori rispondono che, stando ai risultati attuali, «è solo possibile ipotizzare che un trattamento farmacologico (con mesalazina, antibiotici, budesonide, azatioprina) possa prevenire la stenosi post-operatoria».
In un altro studio dei professori Trotta e Padovan si affronta il tema (delicatissimo) della terapia delle malattie reumatiche più preoccupanti (come l’artrite reumatoide) che possono dare invalidità. Il risultato migliore, sostengono i due autori, è quello ottenuto con i farmaci anti-Tnf, che hanno dimostrato «efficacia rapida e spettacolare in ogni periodo della malattia, con effetti che durano almeno due anni». Anche nelle spondilo-artriti l’approccio terapeutico con gli anti-Tnf è documentato da studi controllati, eseguiti in varie parti del mondo.
Nessun dubbio, quindi, sulla loro efficacia; le «questioni aperte» riguardano i dosaggi, gli intervalli di somministrazione, insomma, tutto ciò che serve a «personalizzare» questo tipo di cura.