«Salviamo parte della Costituzione Ue»

L’Irlanda va controcorrente e conferma la consultazione popolare

Erica Orsini

da Londra

La Costituzione europea è una soluzione saggia per l’avvenire. Non è morta e i due «no» di Francia e Olanda possono diventare un’«opportunità» per il futuro dell’Europa. Parola di Tony Blair, soltanto qualche ora dopo la decisione britannica di congelare il referendum sul trattato. Nello stile che ormai tutti gli riconoscono il premier inglese tenta ancora una volta di trasformare una situazione difficile in una piattaforma di rilancio di un argomento indigesto, ma attuale, l’Europa, soprattutto nel suo Paese. Così, dopo che i due veti popolari dei referendum francese e olandese l’hanno costretto a ricacciare nel cassetto le sue speranze europeiste, il primo ministro non rinuncia a sostenere quella proposta costituzionale che per molti - in Gran Bretagna ed altrove - è morta e sepolta.
Ieri, in una lunga intervista al quotidiano Financial Times Blair è tornato quindi a difenderla, anche se per ora la Gran Bretagna non intende mandare i suoi cittadini al voto referendario. Per Blair la costituzione «è una strada futura assolutamente ragionevole» che a un certo punto diventerà obbligata. «Verrà il momento - ha infatti spiegato Blair al giornale - in cui l’Europa dovrà adottare delle regole per il suo avvenire e se non lo facesse non sarà più in grado di funzionare in modo conveniente».
Un discorso anche diplomatico quello del premier britannico che sa bene con quanta diffidenza alcuni Paesi europei guardino al semestre di presidenza londinese dell’Unione che inizierà a luglio. Il timore più diffuso è che Londra possa approfittare di questi mesi per imporre un modello economico più spregiudicato come quello liberista anglosassone. Ipotesi che, nell’intervista Blair ha smentito, sottolineando che «l’Europa non deve abbandonare il modello sociale». «Quest’ultimo deve rimanere forte, ma adatto ai tempi attuali» ha insistito il primo ministro britannico offrendo anche una chiave di lettura dei risultati degli ultimi referendum. «Questi dati fanno capire che i cittadini si preoccupano della disoccupazione, della globalizzazione e dell’insicurezza». «Se i Paesi dell’Ue si metteranno a discutere del futuro economico e giungeranno a un accordo - ha aggiunto - la gente ci permetterà di far progredire l’Europa».
Sui contenuti del trattato sempre ieri è arrivato un ulteriore segnale di apertura da parte del governo inglese. «Alcuni elementi di questa Costituzione possono essere salvati, indipendentemente dal suo destino finale» ha infatti dichiarato ieri il ministro degli Esteri Jack Straw in un’intervista radiofonica alla Bbc, citando la valorizzazione del ruolo dei Parlamenti nazionali all’interno dell’Unione Europea, e soprattutto, il sistema di votazione e la semplificazione del sistema di calcolo di maggioranza qualificata. Secondo Straw il sistema di voto attuale dovrà per forza essere cambiato perché la formula di Nizza è «inadeguata». E anche se il ministro degli Esteri europeo rimane un’opzione “controversa”, questa Carta dei diritti non è tutta da cestinare. Anzi sembra lasciare intendere di voler proporre ai partner europei un accordo che garantisca la governabilità dell’Unione, ma che non debba essere sottoposto a referendum.
Sul tavolo della discussione rimane ora il problema più grosso, ossia come procedere adesso che alcuni Paesi hanno rigettato il trattato, alcuni hanno rinunciato al referendum e altri ancora hanno invece deciso di indirlo. Primo fra tutti il governo irlandese che ieri ha confermato di voler andare avanti su questa strada, sebbene non sia ancora stata fissata una data per il voto. «La nostra è una decisione basata sull’impegno dato quando partecipammo alla stesura della bozza costituzionale» ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri irlandese Dermot Ahern. Nel 2001 i suoi cittadini rigettarono, a sorpresa, la Carta di Nizza, per approvarla l’anno seguente, quando all’Irlanda furono concesse maggiori garanzie sulla neutralità militare.