"Salvo i suoni in estinzione dell'orchestra della natura"

David Monacchi registra la musica delle foreste vergini. Per poi riprodurla in una «Sonosfera»

Breve aneddoto personale per spiegare l'effetto che può fare David Monacchi, o meglio il lavoro di David Monacchi. Mio marito sta guardando la semifinale di Champions League; io sono in cucina che ascolto qualcosa con l'iPad. Suoni coinvolgenti, affascinanti, mai sentiti eppure incredibilmente vicini. Mio marito si alza dal divano (durante la partita...), viene in cucina e mi chiede: «Che cosa stai facendo?». Risposta: «Ascolto i Fragments of Extiction». Cioè quello che fa David Monacchi, un uomo dalla voce pacata e gentile, nato a Urbino, la città dei Montefeltro, nel 1970, diplomato in Musica elettronica (insegna Elettroacustica al Conservatorio Rossini di Pesaro) e, dal 1998, «un po' ossessionato» con un progetto unico al mondo, ovvero registrare il «paesaggio sonoro» nei luoghi ancora inviolati dall'uomo, come le foreste primordiali dell'Africa, del Borneo, dell'Amazzonia, e poi riprodurli in un modo che sia quanto più simile all'esperienza reale di un ascoltatore che si trovi immerso nella natura. «La prima volta che sono stato in Amazzonia, nel 2002, mi sono detto: è tutto vero. Lì apri i microfoni su qualcosa di sconosciuto, straordinariamente complesso e fragile. E quello che voglio fare è conservare dei pezzi, dei frammenti, di un ecosistema che sta cambiando, per trasmetterli alle generazioni future e per sensibilizzare a salvare più luoghi possibile nel mondo». La sua impresa, e il suo sogno, è fare come Noè con gli animali e creare L'arca dei suoni originari (come ha intitolato il suo libro, Mondadori, pagg. 310, euro 20). E, per riportare poi questi frammenti al grande pubblico, Monacchi ha scelto una strada diversa, «non il documentario tradizionale, bensì il mondo emotivo, proprio dell'arte».

L'arte di Monacchi, ingegnere del suono capace di utilizzare strumenti e tecnologie sofisticate e, anche, di portarsele in giro per il pianeta e attraverso foreste tropicali dove possono essere vittime di pioggia, umidità e insetti (vanno protette con le zanzariere e gli ombrelli), ha un brevetto, e si chiama Eco-acoustic Theatre: dopo una serie di peripezie burocratiche, fondi bloccati, progetti realizzati anno dopo anno (il primo, stabile, è stato aperto nel 2017 al museo Naturama, in Danimarca...), la prima Sonosfera, «teatro immersivo e trasportabile» sarà presentata domani a Pesaro, in attesa della inaugurazione a giugno. La Sonofera di Pesaro avrà 60 posti e sarà, appunto, mobile. Il paesaggio sonoro delle foreste tropicali è riprodotto «in modo tridimensionale, attraverso un numero elevato di altoparlanti - 43 - disposti in geometria sferica, cioè equidistanti dal centro»; e questo perché «se avessimo i microfoni al centro della foresta, a 4-5 metri d'altezza come li dispongo di solito, avremmo suoni che arrivano da sotto - gli insetti e gli anfibi - suoni che provengono dai lati, cioè il campo riverberante della foresta stessa, e altri che vengono da sopra, dalla canopea, le chiome piene di insetti e mammiferi, come le scimmie». Il teatro eco-acustico riproduce «la direzione di ogni suono», come in natura, dove il suono è «informazione»: serve a marcare il territorio, a corteggiare, ad allarmare, a intimorire...

La prima esperienza di «immersione» nella Sonosfera è nel buio assoluto («serviranno le deroghe per le luci di sicurezza»): «Senti le scimmie sulla testa, o centinaia di insetti e di anfibi intorno. È una esperienza da brivido. In foresta non c'è silenzio, c'è tutt'altro». Nella seconda esperienza «si accendono gli spettrogrammi», che mostrano «tempo, frequenza e ampiezza del campo acustico dell'ecosistema»: «È come un grande pentagramma, una partitura dove si vede la grande polifonia della natura, che cosa fa ogni singola voce, in contemporanea». Nel coro di voci della foresta nulla è casuale, esistono delle «nicchie sonore» create dall'evoluzione in milioni di anni e, «un po' come nell'etere, ciascuno ha il suo spazio per comunicare: è il multiplexing della natura». Monacchi registra per ventiquattr'ore di fila, ma il culmine è al crepuscolo: «Il Dusk Chorus è il passaggio dal giorno alla notte, un cambiamento drastico, una vera rivoluzione: uccelli e mammiferi lasciano spazio a insetti e anfibi che, col favore della notte, propongono il loro canto. Queste due ore sono compresse in venti minuti, o in dodici, durante i quali puoi assistere all'evoluzione temporale dell'ecosistema». Ci sono anche immagini ad accompagnare i suoni, ma «non è un cinema»: «Il suono è al centro di tutto: l'occhio è il servo, e il suono è il signore». Infine, nella terza parte dello spettacolo, c'è l'intervento creativo umano: un compositore elettroacustico interviene con musiche e suoni «nelle nicchie disponibili», senza sovrastare bensì integrandosi con la natura. Come i nativi, un aiuto fondamentale per Monacchi: «Senza di loro, in foresta non si va. Sono luoghi intatti, quelli dove vogliamo mettere i microfoni» (il plurale perché, con Alex d'Emilia e Nika Saravanja, Monacchi ha anche girato un film-documentario, Dusk Chorus, vincitore di numerosi premi). E i microfoni, beh, sono un'avventura nell'avventura: «L'ultima volta in Amazzonia avevamo 38 microfoni diversi che lavoravano contemporaneamente, grazie a tre sistemi multicanale: molti dischi famosi sono stati registrati con meno tracce...».

Dice Monacchi che una notte, nel Borneo più remoto, era da solo, in ascolto da venti ore consecutive, e ha capito una cosa: «Tutti i suoni che sentivo da vicino, da lontano e ancora da più lontano erano in collegamento: ero dentro un grande organismo». Una volta invece, nell'Amazzonia ecuadoriana, il cuore della biodiversità del pianeta, c'era tanta siccità che l'unica speranza di trovare animali era proseguire fino a un Saladero, una salina dove l'acqua sgorga dal terreno e gli uccelli vanno ad abbeverarsi. E lì, poco dopo l'alba, ha assistito a un battibecco sonoro fra volatili, in guerra per conquistarsi da bere: «Da settanta metri, che poi è la lunghezza dei nostri cavi, nascosto tra le foglie, ho sentito di avere messo l'orecchio in uno spazio interdetto all'ascolto, uno spazio intimo della natura, la sua primordialità». E poi ci sono gli elefanti dell'Africa, «che vocalizzano a frequenze bassissime, che la foresta non riesce a fermare: suoni impressionanti, che mettono in risonanza tutto l'ambiente». Ma quello che conta alla fine «non è il singolo suono, per quanto esotico, bensì la composizione che creano tutti insieme», perché il suono «non è lì per il piacere dell'orecchio, è lì perché parte di un equilibrio straordinario, assimilabile alla musica più grandiosa che si possa immaginare». Le prossime tappe di Monacchi sono la Papua occidentale e il Nord di Sumatra. Sempre a migliaia e migliaia di chilometri e di note dalle campagne di Urbino. Eppure quelle notti di primavera in cui da ragazzo girava da solo, e registrava i suoni della natura, anche se «sporcati» dai rumori e dalle attività umane, Monacchi ancora se le porta dietro, in giro, nel cuore musicale del mondo e poi, di nuovo, riporta tutto a casa, per fare ascoltare anche a noi, chiusi in un appartamento in città, questa melodia primordiale.